24 dicembre – Vigilia

Questa mattina al mio risveglio ho trovato una sorpresa bizzarra in cucina. Una BLATTA grande come un palmo di mano era stesa su una piastrella.
Fortuna vuole che qualcuno o qualcosa (Godyene) avesse già provveduto a schiacciarla. Muoveva solo mezza zampina, l’ho scagliata nella savana, in pasto ai predatori.
Se l’avessi incontrata viva sarei svenuto credo.

Mi siedo in veranda a contemplare la natura ed ecco che mi si para davanti un soldo di cacio con una finestra sugli incisivi che manco il logo di Microsoft,  ADORABILE! Piano piano a bassa voce Nicolà (così si chiama) mi dice che è venuto a prendermi per condurmi da suor Nicole.

La casa è in subbuglio, sono tutti trafelati intenti a cucinare le pietanze per la festa di NATALE. Un po’ come dalle mie parti in Calabria. Chi soffia sul fuoco, chi pela patate, chi griglia pezzi di agnello… cruento lo so. Vado in cucina e trovo Marcelin con Etienne (il falegname tutto fare del centro) intenti ad eseguire la scarpetta in una pentola. Mi invitano a favorire dicendomi che si tratta delle interiora della capra. Sperano di cogliermi impreparato solo perché sono bianco e sono le otto del mattino. ERRORE MADORNALE! Dimenticano che in Calabria i fegatini sono una prelibatezza che i miei genitori e le loro rispettive discendenze mi hanno insegnato a gustare fin dalla tenera età. Mi passano una forchetta e tra uno sgagno e l’altro racconto loro della blatta.

Etienne mi spiega che nel dialetto congolese blatta si dice MENDE o qualcosa di simile, poi stranamente mi racconta che in Africa le MENDE sono spesso paragonate ai politici, perché mangiano qualunque cosa. Da buon italiano mi sento in dovere di spiegare loro il concetto da noi coniato di “magna magna” e nel mentre un pezzo di fegatino mi cade in terra. I ragazzi dicono che non c’è problema, ma io lo raccolgo, ci soffio sopra e lo divoro.
La regola dei 5 secondi varrà in Africa? Giuro che non ho pensato ad altro tutto il giorno, potrei aver commesso una distrazione davvero imperdonabile, da codardo quale sono, il solo pensiero delle malattie contraibili con questa bravata mi manda al manicomio. E tutto questo per cosa? Per fare lo spaccone con gli amichetti mentre mangiamo le interiora di capra…che bigolo! Spero di farla franca.

Marcelin mi invita ad accompagnarlo in città (Ngaounderé), c’è da cambiare la batteria del pick up. Ovviamente accetto. L’avviamento del mezzo, come avrete intuito, ci da non pochi problemi. Tre ragazzi sui 12 anni accorrono in soccorso,  -un deux trois- spingiamo come dannati muli da soma. Dalla marmitta esce una fumata nera degna del concilio vaticano e il motore si avvia.
Batto il cinque ai miei soci e monto al volo sul macchinone. In città, lasciata la jeep dal meccanico, ci resta tempo per farci due passi, respirare un quintale di polvere e bere una bibita gassata al gusto di ananas che sapeva di medicinale scaduto. A caval donato…

Trovare la batteria implica più tempo del previsto, decidiamo di lasciare l’auto in centro e accettiamo di buon grado uno strappo a Marza gentilmente offerto da due amici di Marcelin. Ad accogliermi tra le mura di casa è il profumo di un lauto pasto a base di brodo di agnello la cui bontà è indescrivibile. Il pomeriggio non può che passare sereno, tra una mezza pennica sul lettone e il concerto del coro della chiesa. Si canta, si balla, Nicolà mi infonde il coraggio di buttarmi nella mischia e così, dopo di lui, avanzo verso la folla per fare quattro salti. Un NASSARA che balla, dev’essere stato divertente anche per loro.

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Alla fine dell’esibizione padre Alois si palesa per la messa. UN DISASTRO!
L’omelia in francese per me è già di per sè incomprensibile, padre Alois sbiascica le parole al punto che nemmeno i locali riescono ad intendere tutto. Dopo una buona mezz’ora di sermone, un chierichetto prova a tagliare il discorso del prete alzandosi e inginocchiandosi davanti all’altare, come a voler passare alla fase successiva del rituale, il parroco lo ammonisce e lui torna a sedere. Nicolà, accanto a me, si addormenta sulla sedia.
Aisha lo richiama all’ordine e poi lo fa stendere sulla panchetta, ricoprendolo col suo scialle. Distratto dall’episodio mi guardo intorno e, solo in quel momento, mi rendo conto che su 50 persone, meno di 10 sono effettivamente sveglie.

Padre Alois non si scompone e, dieci minuti dopo, il chierichetto di prima, per il quale ormai faccio il tifo, trova il coraggio di rialzarsi, niente da fare un “S’il vous plaìt” imperativo del prete lo rimette al proprio posto. Una bimba del coro si addormenta con la testa sulla tastiera, per svegliarla come minimo servono George Clooney e un defibrillatore.

Arriva il momento di inginocchiarci e, quasi per punire i miei pensieri impuri, il nostro padre spirituale prolunga la comune sofferenza senza remore, ci lascia in ginocchio parlando per 20 minuti, se avesse avuto dei ceci li avrebbe cosparsi sul pavimento e, forse, anche con un certo gusto. Ci rialziamo tutti un po’ malconci.

Come un flash nella mia mente appare la mia professoressa di lettere delle medie la quale, trovandoci spenti alla prima ora, soleva definirci: “sepolcri imbiancati”. Solo dopo molti anni capisco a pieno il significato di questa colorita espressione. Chi meglio di padre Alois potrebbe incarnarne il concetto? Sembra un soprammobile impolverato. Sono quasi pentito di aver fatto l’offerta, senza il quasi.

Proprio quando ormai credevo di aver scoperto il vero potere del prete, quest’ultimo gioca il suo asso nella manica.
Una bimba si addormenta malauguratamente su una panchetta senza schienale. Nell’arco di qualche secondo cade indietro di schiena battendo la testa.
Nel silenzio generale si sente un tonfo. Nulla di grave, non è morta, anche se per un attimo lo abbiamo pensato dato che, in seguito alla caduta, ha continuato a dormire.
KO. Stesa. Padre Alois sta ai sermoni come Tyson sta ai pesi massimi. Pazzesco.

Parte il canto finale, l’altra bimba, quella addormentata sulla tastiera, non fa una piega, ronfa della grossa nonostante le voci potenti del coro.
Mi giro verso suor Nicole e mi accorgo che sta cullando un altro cucciolo, ennesima vittima del sermone marzulliano. UNA STRAGE.

L’orario della cena, per altro, è saltato. Saranno vent’anni che non mi confesso ma per la fame rimpiango di non aver preso l’ostia.
Ormai avevo già seppellito ogni speranza di nutrirmi quando, al rientro , i genitori adottivi di Gabriel mi ricordano che è avanzato un po’ di agnello del pranzo. Mollo il pc e vado a tavola. Bon appétit!

Ps. Gli auguri ce li scambiamo domani!