23 dicembre – Contatto

La sveglia è suonata alle 6.00 e io avrei tanto voluto non accorgermene. Alle 6.20 sono uscito di casa, incontro Marcelin che mi dice super serenamente:
Vai al promontorio? Sta mattina non c’è la messa.” Ma che tempismo! Sono in piedi da 20 minuti e già il cosmo si prende gioco di me.
Rispondo: “Penso che andrò verso la grande croce, scatterò una foto dell’alba e me ne tornerò a letto”.

Dopo un paio d’ore suor Nicole mi bussa alla porta, ha intenzione di farmi finire il giro che ho iniziato ieri con Sophie. Terminata la scampagnata, la giornata si interrompe, dalle 10.20 in avanti sono libero e ozio tranquillamente a letto.
Mangio, perché parliamoci chiaro, dopo tutta sta fatica a uno viene anche fame! Chiamo un paio di amici al telefono.

MOSES

Preoccupato per il fatto che non avrei avuto nulla da scrivere sul mio blog, decido di movimentare un po’ l’andazzo e così, in un moto di energia dalla provenienza ignota faccio ben quattro passi, letteralmente, apro la porta e mi siedo sui gradini della veranda con il mio frasario di francese. Sarà il caso di studiare un po’, all’aria aperta mi viene più facile. Non passa molto tempo ed ecco che l’universo reagisce all’azione appena compiuta. Tante volte basta davvero mettere la testa fuori dal guscio.

Due occhi scuri mi puntano dritto sulla faccia, vedo un ragazzino smilzo sui 13 anni con jeans, maglietta e ciabatte in silicone verde fluo avvicinarsi a me molto seriamente. Mi si siede attaccato, avete capito bene, non a fianco, attaccato proprio, mi guarda e mi fa “Do you speak english?”. Annuisco pigramente. “My name is Moses”. Qua hanno tutti nomi potenti. Moses prende il mio libricino di francese, comincia a leggere a voce alta, io ripeto, mi esce spontaneo, dico tre parole, ne sbaglio due. Mi corregge, è preciso ma non pedante, mi va a genio credo che potrei sopportare la meticolosità di questo mio improvvisato professore.

Nell’arco di qualche minuto parte tutta una conversazione, mi da esercizi da fare, scrive sul mio quaderno le frasi che abbiamo ripetuto insieme e mi confessa che vorrebbe tanto imparare l’italiano. Mi pare un buon baratto. Se m’insegnasse il francese ricambierei la cortesia con gioia. AFFARE FATTO. Un secondo dopo scappa alle prove del coro. Ci rivedremo. Penso che Moses sia proprio il nome adatto a un tipo così intraprendente. Ha attraversato la strada che divide la sua casa dalla mia marciando senza esitare dritto verso di me. Un po’ come il suo omonimo nel mar rosso (paragone un po’ azzardato, me ne rendo conto).

Nel momento in cui mi si è appiccicato addosso ha creato il primo vero contatto tra il mio mondo di NASSARA (uomo bianco) e il suo. Mentre lo osservo allontanarsi ho come la sensazione che si sia finalmente aperta una porta e che, da qui in avanti, le interazioni tra me e gli abitanti di questo piccolo pianeta a sè stante saranno via via più numerose e profonde. Manassè accompagna Moses alle prove, mi salutano entrambi sbracciandosi.

GODYENE

Ho già un paio di nuovi amici. Chissà che un giorno non potremo chiamarci “fratelli”. I contatti non finiscono qui. Verso le 18.30 Godyene mi viene a trovare per preparare la cena, ormai sono viziato a tutti gli effetti. Normalmente non capisco molto quello che dice e così i nostri discorsi sono praticamente inesistenti.

Non c’è corrente, dunque la donna accende un paio di candele, fa colare la cera sul ripiano della cucina e le fissa alle piastrelle. Incuriosito mi avvicino ad osservare il modo preciso e quieto con cui lava e sbuccia le verdure nella penombra. Comincio un monologo a caso in francese sbilenco: “Mi chiamo Valeryo, sono straniero, sono italiano, mi piace Marza, la tranquillità, la pace, la calma, mi piace la vita in campagna, vorrei conoscere il Camerun, la vostra cultura, la vostra cucina e la vostra musica”.  Anche Godyene ama la musica, come biasimarla, chi non la ama? Et voilà, iniziamo a parlare del suo cantante preferito, della sua canzone preferita, decido di bruciarmi gli ultimi mega del telefono per mettere un video del pezzo sottotitolato su YouTube, Godyene inizia a cantare, io pure con lei sbagliando tutte le pronunce.

I lettori ormai sanno che oltre ad essere paranoico sono anche molto CODARDO e così, mentre Godyene si accinge ad accendere il gas aprendo la valvola della bombola, io inizio a sudare freddo guardando la candela accesa. Per la prima volta dacché la conosco commette un errore, apre il gas, sfrega il fiammifero e fa per accendere, ma non si accorge che quest’ultimo è spento. Riprende a cucinare tranquilla mentre il gas continua a uscire dai fornelli. Non voglio offenderla, non parlo la lingua ma non voglio nemmeno morire.

Mi avvicino alla fiammella con le mani dietro la schiena (l’anziano in cantiere è un vecchio trucco che funziona sempre), con l’indice della mano destra indico la cucina e pronuncio un timido “Oh…” Godyene si avvicina, socchiude le palpebre e nota il gas aperto senza fiamma. D’istinto prende un fiammifero e zak!
Una vampata a sorpresa si alza fino al bordo delle due pentole per svanire un secondo dopo. In un colpo solo si accendono entrambi i fuochi.
Più bianco di così non son mai stato nella vita, muovo l’indice dall’alto in basso e dolcemente pronuncio “Attention ah…”. Mi allontano discretamente in salone per accertarmi di non essermela fatta sotto e, constatata la situazione per così dire “asciutta”, riprendo a cantare con Godyene.

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Stasera ho mangiato da RE.
Zuppa di patate e porri con legumi accompagnata da due costine di maiale al sugo. La carne (lusso), seppur in modesta quantità, preannuncia l’arrivo del Natale con le relative leccornie locali. Tutto squisito. A riprova di ciò pulisco il piatto con una scarpetta degna di Maradona (quest’anno andava citato).

Tutto bene quel che finisce bene, non è vero? No, affatto. Decido di farmi una doccia, vado in bagno e mi accorgo che i miei calzini bianchi hanno improvvisamente manifestato il desiderio
di tifare Juventus diventando bianco-neri. Contenti loro. Riflessa nello specchio vedo una medaglia di pomodoro ad altezza cuore, residuo della battaglia appena affrontata contro il sugo di maiale. No problem, so lavare i panni da ieri dico bene? Tolgo la maglia, la giro e mi accorgo che il retro è completamente verde.

Bisogna dire che Godyene non ha solo incredibili doti culinarie. Fa molte altre cose, tra cui tingere i tessuti. Le lenzuola verdi del letto in cui dormo sono opera di chi secondo voi? Godyene. Eccoci qua, calzini bianco neri, maglietta bianco verde direi troppe strisce tutte insieme. Mi sento un po’ confuso e finalmente capisco che cosa prova il leone davanti al movimento del manto striato della Zebra: SI INCAZ**. Guardo il crocifisso fluo 2-0 per lui. Mi trattengo.

Mentre mi lavo con acqua fredda perché la calda si è data alla macchia (del resto siamo nella savana), l’unico mio pensiero si fissa su cosa indossare per andare a letto ora che il mio indumento bianco ha dato forfait. La verità è che non vorrei tingere di verde qualche altro capo d’abbigliamento ma non so come uscirne.
Tiro fuori il sacco lenzuolo di Lupo Alberto che usavo alle elementari, ma ancora non sono soddisfatto. Mi stavo quasi arrendendo all’idea di lasciare come dono d’addio all’Africa un guardaroba striato di verde quando, d’un tratto, la folgorazione: EUREKA!

Vi ricordate la maglietta “profuma ambienti” completamente impregnata di crema solare?  SE NON PUOI BATTERLI, UNISCITI A LORO, OVVIO: tinta verde non ti temo. Infilare la testa tra le maglie profumate del tessuto è stato come entrare per un attimo nella pubblicità del Coccolino, anzi meglio, anche se solo per un istante, mi è sembrato di essere pulito per davvero.

Credo che per oggi io possa dirmi soddisfatto. Vista l’incomprensibilità degli orari della MESSA direi che domani balzo a piedi pari e dormo 12 ore filate.
Pardon Marcelin!