22 dicembre – 392 + 1

Mi sono svegliato alle 5.30 del mattino, alle 5.50 ero operativo. Marcelin latita, mi dirigo da solo verso il promontorio sul quale si erge la chiesa, incontro il giovane Manassè che mi accompagna perché, ancora rimbambito dal sonno, mi sono perso. Mi arriva un messaggio, Marcelin: “Scusa mi son svegliato adesso, arrivo”, mi raggiunge alle 6.20 dicendomi che la messa è alle 6.30. Poteva dirmelo ieri magari! TE PAREVA!

La messa è davvero originale, abbiamo solo una panchetta e siamo in 6, è in francese, ho capito solamente “la joie de mon coeur”. PERFETTO.
A seguire, caffè con bombola e sono vivo anche oggi. Mi dirigo in ufficio proprio dove Sophie mi attende, non è andata  così, io attendo Sophie un 15 minuti buoni e poi via in giro per il centro. Abbiamo dato una sbirciata qua e là, prima all’ospedale, poi alla maternità, poi alla scuola professionale e infine, alle scuole primarie e secondarie. I bambini mi accolgono con un ritornello rodato, sono preparati, io gli darei un bel 10. Non vi nego che tutta questa accoglienza mi mette a disagio. Saluto e giro i tacchi.

Il preside della scuola, Padre Adolfo, con le sue Puma bianche immacolate sotto la tonaca grigia, strabuzza gli occhioni quando viene a sapere che sono un rappresentante del governo Italiano in Camerun per il servizio civile. Tra tutti i posti del mondo, la tua prima volta in Africa, la tua prima volta in Camerun, hai scelto Marza? Ma che combinazione, per noi è un privilegio averti qui! (Percepisco del sarcasmo?!)
Mi offre del succo d’ananas in un sacchetto (esatto si beve ciucciando) e delle arachidi caramellate. Niente male.
Padre Adolfo si offre di accompagnare me e Sophie alla festa organizzata dai ragazzi in occasione dell’inizio delle vacanze di Natale.

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Mi avvicino alla porta del salone, nascosto dietro allo zuccone scuro del direttore, prima un silenzio e poi mille sibili tra le file dei giovani alunni: “psss NASSARA! NASSARA“. Si, l’uomo bianco, un altro colonizzatore?

La prendo sul ridere, in fin dei conti è tutta storia vera e volendo vedere ci sarebbe solo da piangere. A detta di Sophie gli studenti in totale sono 392. Mi si piegano un secondo le ginocchia, mi sento come il chicco di caffè nella sambuca, la mosca…bianca però.
Il numero 393.

Ho gli occhi puntati addosso, faccio per sedermi in ultima fila e Padre Adolfo mi chiede di seguirlo, mi tocca attraversare tutta la sala proprio nel mezzo, ogni pupilla è uno spillo che pungola i fianchi, mi siedo molto rigidamente. Solo grazie alla musica e ai balli incredibili dei ragazzi riesco a sciogliermi. I miei apprezzamenti, caldamente assortiti con vivaci applausi eliminano i loro pregiudizi nei miei confronti e in poco tempo scorgo nei loro sguardi che l’astio ha lasciato il posto solo alla curiosità e al divertimento.

Proprio quando il peggio sembrava passato, Padre Adolfo mi chiama sul palco e io, visibilmente a disagio, faccio due cose nel seguente ordine:

1) il gilet Cumse si impiglia nella sedia di plastica che si alza insieme a me rimanendomi attaccata al deretano per un 30 secondi, giusto il tempo di farmi deridere da tutto il Camerun (in cuor mio credo che il gilet si sia vendicato per quella volta in cui sul treno per Marza ho avuto l’ardire di declassarlo a federa da cuscino, per altro lurido!)

2) al microfono dico: “Grazie andate tutti!”, al posto di “Grazie a tutti” quasi a voler rubare l’autorità di Padre Adolfo dispensando i giovani dalla scuola in sua vece, direi che è ancora presto per giocare al piccolo diplomatico.

ape nera
Ape nera abbattuta

Tornato a casa vengo accolto da una specie di ape nera che assomiglia tanto ad un biplano della prima guerra mondiale. Fortunatamente ho esibito un colpo della più antica arte marziale: INFRADITO! Liberandomene in fretta.

A questo punto mi rendo conto che le divinità, divertite dalla mia goffaggine, hanno avuto pietà: c’è acqua, doccia ISTANT.

Seduto sulla taz… (perdonate il francesismo, ma è la lingua locale) giro lo sguardo e mi accorgo, alla buon ora (son passati tre giorni), che sulla vasca da bagno ci sono dei fili appesi… vuoi vedere che posso farmi il bucato?

Ecco la scusa che ho trovato per chiamare per la prima volta i miei genitori in quel dell’Italia:
“Ciao mamma come state? bene? Oh… bene, indovina? Devo fare il bucato. Senti ma qual è la tecnica per lavare i panni a mano?”
Puccio i vestiti nel secchio, sfrego la saponetta sui punti più sporchi, ripasso bene (tipo 3 secondi, non ho voglia) e sciacquo, nella stessa acqua di prima mentre a mia madre ho detto che ho un altro secchio pulito (se stai leggendo…scusa mamma!) ciao proprio! In questa stagione non me lo posso permettere.
Et Voilà. Per la prima volta nella mia vita mi son fatto “LA LAVATRICE”.

Ventotto anni senza lavare i panni, un buon record, avrei preferito arrivare a 100 ma va beh, devo dire che come sensazione è abbastanza piacevole, anche i calzini bianchi sembrano migliorati dopo il mio trattamento.
Fanno comunque schifo, sia chiaro, ma per la mia soglia di tolleranza zingara direi che sono più che ok!

Anche oggi l’ho sfangata, domani riprovo la messa delle 6.30 con Marcelin, voglio mimetizzarmi il più possibile con la gente del luogo e, mio malgrado, credo di potermi conquistare il loro rispetto solo dimostrando di poter più o meno sostenere uno stile di vita molto simile a quello della gente di Marza. A bien tot!