25 dicembre – Noel

Oh che bello, finalmente è Natale! Posso indossare il vestito tradizionale acquistato con Christian a Yaoundè.

Dovrei cominciare la giornata con il piede giusto e invece, non è proprio così. Vedete, io sono un sentimentale nostalgico, venale e possessivo.
Sono uno di quelli che si affeziona agli oggetti. Ci parlo. Sono i miei compagni di squadra. Non voglio che vengano spostati dalla loro sede abituale.
Ci vivo insieme. Provo sincero affetto per tutti gli strumenti a mia disposizione. Spesso non sopporto che qualcun altro li usi.

Conservo ancora i pantaloni comprati alle scuole medie e vi dirò, ogni tanto li metto. Il mio spazzolino da denti per esempio, io lo considero un capolavoro del progresso e della tecnica. Biodegradabile al 100%. Manico in legno di bambù, setole nere in materiale ecosostenibile. Inoltre è un regalo di mia madre. Solo LEI è capace di scovare questo genere di cose che io adoro. Insomma vogliamo parlare del valore affettivo? Non la vedrò per un anno, non è questione di essere mammoni. Qui si parla di valori, di famiglia, cose serie insomma.

Per farla breve, stamattina mi sveglio, faccio colazione e mi lavo i DENTI.
Poso il mio fido guerriero anti tartaro come al solito et voilà, ecco che mi precipita in terra così, KAMIKAZE. Mi trattengo dal chiamare in causa chi di dovere ma, sappiate, prima o poi mi passerà anche la paura del crocefisso fluo e del poster di San Conforti. Quel giorno ne voleranno tante, ma tante…
Meglio non pensarci. Dopo la storia del fegatino di capra non posso più esimermi dal prendere le dovute precauzioni. Ho detto che avrei fatto le cose per bene perciò… ADDIO FRATELLO SPAZZOLINO, mi mancherai. Nemmeno te lo immagini quanto mi mancherai.

Di questo modello ne ho altri tre in valigia, perfettamente uguali, ma che volete che vi dica, per me non sarà mai la stessa cosa. Io saprò sempre che gli altri sono degli impostori. Gettato definitivamente il mio adorato gioiellino, per girare il dito nella piaga, in un impeto di sadismo, mi bevo una tazza di infuso all’artemisia. A me piace, ma è comunque amaro da morire.

Si va a messa. Tempo due minuti e Nicolà, che ormai mi segue ovunque, mi si addormenta sulle ginocchia. Padre Alois è un fenomeno. Penso che lo registrerò e avvierò un business per curare l’insonnia in modo omeopatico ma efficace. Soldi a palate. Nicolà per l’occasione indossa un blazer bordeaux, camicia bianca e papillon nero, sembra uscito da un video di 50cent. Pantalone nero e mocassino. Insomma credevo di fare il colpaccio con il mio abito e invece mi son fatto sverniciare da un bambino di 6 anni, ma Nicolà è il mio preferito, l’ho già perdonato.

La messa è durata circa un’era geologica e mezza ma non è morto nessuno.
La festa nella grande casa ci attende. Nel cortile interno pentoloni neri in perfetto stile africano si scaldano sulle braci. Una ragazza sventola la paletta per ravvivare la fiamma. Una grossa marmitta nera piena d’olio si prepara ad accogliere chili e chili di platano da friggere. Mentre alcuni ballano e cantano nel salone, io vengo magneticamente attirato da questa forma di cucina primordiale. Comincio con lo sventolare il giornale sul fuoco. Le donne approfittano subito della mia strana voglia di lavorare per commissionarmi dei piccoli compiti;

Missione 1 girare il pollo, ovvero afferrare i manici di un grosso pentolone bollente e dargli degli scossoni in verticale per far si che i pezzi di carne sul fondo prendano il posto di quelli più in alto. Le difficoltà della manovra sono tre: la pentola scotta e come presine abbiamo degli straccetti vecchi, la pentola pesa, il fumo delle fiamme ti entra negli occhi oltre che nei polmoni, facendo sgorgare lacrimoni indecenti.

Riscuoto comunque un certo successo e così vengo assoldato per girare il cous cous.
Una specie di poltiglia morbida e bianca fatta con farina, acqua e, forse, qualcos’altro. Immaginatevi di dover girare la polenta, ma non nel classico paiolo, piuttosto in una pentola di acciaio spessa due centimetri e dal peso considerevole. Scordatevi i mestoli e le cucchiare. Sostituiteli con un bel bastone grosso e pesante.
Il tutto senza farti cadere la brace sui piedi, basta un colpo troppo ben assestato per sbilanciare la marmitta già in posizione precaria e ustionarti ai massimi livelli. Ne sono uscito indenne. Da rifare.

Suor Nicole mi premia consentendomi di servire i piatti ai piccolini. Tutti in fila indiana, due alla volta come soldatini.
Mentre io distribuisco i viveri, gli uomini cantano e le donne srotolano i tappeti, lì si siederanno i bimbi con il loro pranzo. Cous cous, sugo di verdure, due bei pezzi di pollo. Dolci e succhi iper zuccherati spacca denti. Alla loro vista tutti si mettono a gridare. Una volta all’anno biscotti e sottomarca coca-cola. LA GIOIA.

Il convivio degli adulti è di un lusso sfrenato. Platano fritto, cosce di capra arrosto, cosce di pollo con peperoni e patate, sugo di capra, succhi di frutta e birre in quantità. Ne esco sazio e alticcio. Sento una musica mi avvio nella sua direzione alla ricerca della festa.

Marcelin si unisce, balziamo sulla moto in tre, del resto dopo un paio di birrocci non temo nulla. La periferia del villaggio è una specie di presepe gigante. Casupole di fango rettangolari da due o tre stanze.
Il mondo intorno diventa “la zona bagno”. Bastoni piantati nel terreno reggono dei teli a mo’ di tenda per fare ombra all’ingresso. Istintivamente mi metto a cercare il bue e l’asinello tra le finestre di un’edificio. Trovo solo capre e maiali.

Mi sento davvero di troppo. Tutti all’inizio mi guardano indispettititi. “Ci mancava un NASSARA a rovinarci il Natale” glielo leggo in fronte. Marcelin mi presenta ai suoi conoscenti, piano piano la gente si abitua alla mia faccia e al mio vestito. Mi offrono da bere qualcosa di tipico che ha lo stesso colore dell’acqua piovana nelle pozzanghere. Ripenso all’estremo gesto preventivo con il quale ho buttato il mio amato spazzolino da denti. Rifiuto con un sorriso largo 1 km. Se sapessi dirlo sfoggerei il classico “Come se avessi accettato”.

Delphin (la moglie di Marcelin) e Godyene si aggiungono alla compagnia e, tutti insieme, approdiamo al bar “Oasi”. Qui troviamo Jean Claude, Marcel, Gedeò e Bernadette con delle Guinnes già stappate.
Voglio offrire un giro ma non so se i soldi che ho bastano, do tutto a Marcelin incaricandolo all’acquisto. Io ne ho bevute due, rinunciando alla terza. Tanto già dopo il primo giro ballavo insieme a loro nel mio modo bizzarro e legnoso, perdendo gli ultimi brandelli di dignità.
Sono certo che abbiano apprezzato l’intenzione. Abbracci e urla di cameratismo son partiti da ogni dove. Dopo una mezza sbronza ho già dei nuovi agganci.

Chissà che in dieci mesi non diventino amici. L’inizio è promettente.
La decisione del gruppo è univoca: si torna a piedi per smaltire. Ci sono 20 gradi, la luna splende e tira un’aria fresca davvero piacevole.

Per la prima volta passo il Natale lontano da casa. Stranamente i ricordi del solito inverno brianzolo mi sembrano poco nitidi. Sono qui solo da 7 giorni e già non ricordo più il clima di casa mia? Naaa sarà la birra, meglio dormirci sopra.