31 gennaio – Indovina chi viene a pranzo?

Vorrei tanto raccontarvi della stupenda notte che ho passato… Se ne avessi trascorsa una stupenda. Invece no!
Le zanzare. Sempre loro. Eppure pensavo di essermela cavata egregiamente. Ho ben appreso, avendo molto tempo da perdere, che qui ne esistono due tipi. Quelle piccole e grigie. Stupide, lente, facili da seccare.
All’angolo rosso del ring invece abbiamo quelle un po’ più grosse, nere, violente, aggressive, maliziose, diaboliche.

Andando a letto a mezzanotte odo il primo ronzio. La secco sul posto! Spengo la luce e sento ancora quel fastidioso rumorino. Sto percorrendo la via del Jedi, posso ucciderla senza bisogno di alzare il braccio per premere l’interruttore. Sono troppo pigro per cotanto sforzo. Socchiudo le palpebre per concentrarmi di più, pur essendo buio pesto, zzz… Sbam! Accendo la lampada da campeggio e me la ritrovo stecchita sul palmo di mano. Ma quanto godo? Che bello, ma che bello! Son davvero contento di aver acquisito una tale abilità. La guerra è finit… zzz.
Raga sono impazzito. Una zanzarina di quelle nere, bastardissime mi ha perseguitato. Vari e vani i miei tentativi di assalto durante la notte!
Vi racconto solo il più eclatante e non crediate che stia barando per farvi ridere. E’ stato imbarazzante ma per onestà intellettuale non mi sottraggo alla gogna.

Alle 4.30 del mattino ero in mutande con la luce accesa e gli occhi fuori dalle orbite cercando l’essere ignominioso! Me la ritrovo dietro le spalle all’altezza dell’orecchio sinistro. Comincio a roteare la maglia su sè stessa seguendo l’esempio di John Rambo, super prodotto della “cultura” anni 90′ che non mi stancherò mai di citare, con la sola differenza che somiglio più al “vecchio malvissuto” di Manzoni o al Rosso Malpelo appena rientrato dalla cava, sferro il colpo mortale.
Nulla lo evita con la precisione aerea di cui solo un f35 è dotato e se la batte in ritirata. Ma guarda che stron**!
Spengo la luce, la attendo assetato di vendetta ma quella non arriva.
In compenso alle 5 dalla moschea si levano i canti della preghiera mattutina. Rinuncio del tutto all’idea di dormire e mi alzo dal letto alle 6.20 per mangiare un po’ degli spaghetti avanzati dal pranzo e bere un bicchiere di succo (zenzero e cannella). L’unico lato positivo è che, durante la notte, che dovrei descrivere con termini molto meno generosi di così, grazie al tablet di Manassè usato come Hot-spot, sono riuscito a scaricare un paio di applicazioni di cui ho bisogno.

Ho indossato la camicia colorata di Natale senza un intento preciso, anche perché, trovandomi in stato comatoso e con 300 grammi di spaghetti scotti nello stomaco di prima mattina, non riesco nemmeno a formulare un pensiero, figurarsi se posso avere delle intenzioni mirate. Il fatto di non sbrodolarmi con la saliva come i neonati mi pare già ottima cosa. E’ la prima domenica della novena, sono tutti ben vestiti, miracolosamente quindi l’appariscente tessuto del mio capo d’abbigliamento non sfigura, anzi, è perfettamente adatto al contesto. Monique, appena giunto al promontorio, mi dice qualcosa. Sono troppo rintronato per capire. Sarà francese o fufuldè? Ripete. Non capisco. Ripete, capisco che è fufuldè. Diane, sedutale accanto, mi spiega: “vuole dire che sei bello!”.

Fatemi capire, mi trovo nell’unico posto al mondo in cui ricevo dei complimenti per il mio aspetto, ma non capisco quando e se mi vengono rivolti? Davvero si può parlare di ironia della sorte? Giocato dal fato, zimbello alla corte del destino.

7.30, la vita si fa beffe di me. Le donne e i loro colori sgargianti riescono a mutare le forme e i contorni della cappellina.
Sembra di stare altrove, in un posto molto più affascinante e avvolgente. Sono splendide con tutti quei loro verdi, gialli, azzurri, blu, rossi, viola. Ogni fantasia richiama in qualche angolo nascosto della mia memoria pezzi di momenti andati. Sembra di stare ad una sagra. Ma quanto ci mancano le sagre per altro?
Non per lamentarmi, giammai! Se vi dico che, pur vivendo in libertà scampando al Coviddi, sento nostalgia di certi eventi, è solo per solidarietà. E’ la condizione umana, si può avvertire il bisogno di qualcosa pur avendo già tutto. Del resto già dalla parola si evince molto. Sapevate che “sagra” è il sostantivo femminile di sagro, antica variante di sacro? Io no. E’ un piacere scoprire che le mie brame di socialità si avvicinano al divino, che le feste patronali, o quelle popolari, non siano altro che il nostro modo di tracciare degli asintoti con la condanna di poterci avvicinare senza mai toccare qualcosa di più grande. Così come la fiera, dal primo significato latino: “giorno di festa”, chissà come poi tramutato successivamente nel femminile di ferus (fera) “feroce”. Forse conseguenza dell’abilità estrema di festeggiare propria degli antichi romani.

Niente ad oggi mi appare più sacro di tutto quel sudore acido e appiccicaticcio straripante dalle fronti delle folle urlanti, impregnato su una trafile di magliette tarocche di band di ogni genere o, peggio ancora, raffiguranti elfi, lupi e antichi
capi indiani iper-stereotipati. Nulla mi appare più vitale del diritto all’evento, al momento, all’aggregazione, all’urlo sboccato. La mia indole romantica sospira davanti a tutti i ricordi di momenti che avremmo potuto vivere ma che abbiamo dovuto sacrificare o posticipare a causa della pandemia. Le dannate cover band poi, con la loro capacità innata di fomentare il mio odio verso l’industria musicale globale.
Non mi pronuncerò su questa categoria di dopolavoristi, anche perché lo ha già fatto troppo bene Giorgio Montanini
(per chi non lo conoscesse: “Rivoluzione e Cover Band!” sul tubo). Mi manca persino la mia incoerenza, grazie alla quale, pur provando profondo risentimento e fomentando bile, saltavo in prima fila cantando a squarcia gola tutti i pezzi, sia che fossero di Vasco, o di Ligabue, o degli 883 o, infine, dei Guns and Roses.
La coerenza Valeryo, maledizione! Sì perché i testi li conosci, senza accorgertene hai subito la stessa tortura di Alex in Arancia Meccanica.
Il sistema ti ha inculcato nella mente milioni di canzoni senza interpellarti. Sei vittima di un massacro neuronale inconsapevole e così finisci a sgolarti: “ti brucerai, piccola stella senza cielo!”.
L’ho detto davvero? Questo ti chiedi, ma sei sempre tu che canti e balzi a perdifiato, felice, come è felice un criceto che corre senza scopo sulla sua rotella.  Perché comunque, anche non pensare (per un paio d’ore), è un diritto. C’è poi chi non pensa affatto, come ad esempio tutti i cittadini che, obnubilati dall’atmosfera rurale, dopo aver ascoltato un comizio di (omissis), tra un panino con la salamella ed un concerto della brutta copia dei Queen (cantato una tonalità e mezza sotto all’originale), lo votano.

Poverini, non è colpa loro, vogliamo capirlo che dietro a queste nefandezze c’è un sistema che rende tutti mandatari, meri esecutori privi di coscienza? Vogliamo capirlo che le sagre non c’entrano?
Fermiamoci alla satira, che ci piace, ed evitiamo la politica, che ci piace meno. 

Su tutto mi manca la birra, la coda chilometrica alla cassa, la finta indecisione su cosa scegliere, sapendo in cuor tuo che tanto, se sei fortunato, faranno tutte pena. Posso inventarmi una statistica? Per me 9 persone su 10, almeno una volta nella vita, hanno descritto una birra spinata ad una sagra tipo così: “niente di speciale eh, però beverina, fresca, scende bene!”. L’arsura desertica delle calde notti estive mista all’incapacità di intendere e di volere sono le stesse che inducono i beduini a confondere con champagne l’acqua del pozzo bevuta in Borracce fatte di interiora di capra.
Finita la messa c’è la novena. Sono serio. Padre Alois ha pensato bene di “ammortizzare i tempi” lasciandoci liberi nel pomeriggio. Sono uscito dalla chiesa alle 11.
Che altro dire: alleluja!

Le ragazze sono da sole, Claris e gli adulti sono impegnati in un ritiro spirituale, loro e il sottoscritto (fiero di non rientrare nella categoria sopra citata) viviamo qualche ora di anarchia. Riso e fagioli per tutti! Mentre Laeticia cucina, io mi faccio abbigliare con i foulard prima da principe arabo, poi da donna africana. Eseguo magistralmente qualche imitazione femminile per suscitare l’ilarità generale. A cosa non ricorre un ego smisurato per ottenere il centro delle attenzioni? Aisha tira fuori un libro di indovinelli sull’Africa. La metà delle volte non faccio in tempo a tradurre il significato della frase senza che Manassè non abbia già trovato la soluzione giusta. Ne azzecco un paio per miracolo. Ve ne ripropongo qualcuno tanto per sfizio:

– Sono andato in un villaggio in cui tutti i vestono di bianco o di rosso, dove sono?
– Quando nasce ha quattro zampe, quando cresce solo due, quando muore ne ha tre, cos’è?
– Non sta nè fuori nè dentro, cos’è?
– Qual è la pianta più utilizzata dall’uomo?

[Avvertenza alcune soluzioni potrebbero essere deludenti, i risultati saranno pubblicati domani, mi improvviso anche in enigmistica, per i più esigenti!]

Manassè è stanco morto, ha raccolto gli avocado prima di bighellonare insieme a me con gli indovinelli delle fanciulline.
Tuttavia si è impegnato ad accompagnarmi a casa di Joseph, gli tocca cambiarsi al volo per farmi strada e mantenere la parola data.
L’accoglienza è semplice e calorosa. La moglie del mio maestro mi stringe la mano mentre con l’altra sostiene il piccolo Innonciance. Ebenia (7 anni) spunta da sinistra, nudo come mamma lo ha fatto. Lo saluto, senza stringergli la mano, mi sono imbarazzato.

Lo stabile ha le pareti rosa, gli infissi in metallo e un controsoffitto costruito con i classici pannelli di legno che si trovano qui. Già molto lussuosa, nella sua essenzialità, rispetto a qualche capanna dal tetto in paglia poco distante. L’interno della sala, l’unico che ho avuto modo di vedere, ha due divani marroni posti sui lati lunghi.
Le trame del tessuto compongono delle fantasie arabesche beige. Sul fondo del salottino è posto un piccolo mobile, podio per la tv di modeste dimensioni. Appesi dondolano delle decorazioni natalizie. Sparsi qua e là i giochi dei bambini. Un triciclo blu, una macchinina verde, una culla bianca per il cucciolino minore. Sono reduce da un piatto di riso e fagioli di quasi 500gr ingurgitato alle 14.

La padrona di casa mi chiede se ho mai assaggiato le sue specialità, sarei pieno, non devo mangiare molto, basta un assaggio. Insomma è la classica dinamica in cui il rifiuto non è contemplato. Avanti con le portate del pranzo numero 2! Il delicato piatto è composto da un trancetto di pesce fritto, delle verdurine soffritte e tre pezzi di soia in stile tofu. Accompagno il tutto con un succo estratto dai medesimi semi. Che si tratti di latte di soia? Boh, è buono, va bene così. Si discute piacevolmente, un po’ del più e del meno. Di tanto in tanto sua moglie allatta il piccolo Innociance, al momento, sfortunatamente, un po’ malaticcio.

Joseph mi racconta qualcosa sulle tribù della zona, un programma in tv tratta della situazione di crisi in Colombia, poi della fertilizzazione di campi per via aerea, dove lui vede progresso, io vedo posti di lavoro tagliati. L’aereo sarà anche più rapido per passare i prodotti chimici, ma i bianchi si arricchiscono sulla sofferenza altrui. Ne conviene con me.

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Guardiamo un mezzo film americano ma poi il mio mentore zippa su una serie africana. E’ d’obbligo descrivere le due sole scene a cui ho assistito. Primo piano: due donne gridano, una le molla una centra fortissima con l’effetto velocizzato che siamo stati abituati a conoscere attraverso i film di Bud Spencer e Terence Hill, l’altra ricambia. Seconda scena: entra un uomo, le sgrida, una se ne va, l’altra resta e gli molla un ceffone ancora più pesante del suo predecessore. L’uomo è un ispettore di polizia, la bulla rischia una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale. Stupendo. E’ trash o magia? A voi il verdetto finale!

Sono le 19, Joseph ci scorta in sella alla sua moto. Nel pomeriggio abbiamo comprato qualche barretta di cioccolato e dei biscotti da distribuire un po’ a tutti.
Ci fermiamo dunque a casa delle ragazze, il mio socio spilungone è in ritardo e scappa da suor Nicole. Io resto per la preghiera e la distribuzione dei viveri.
Il delirio collettivo definisce la gioia scaturita alla vista delle barrette Mambo (marca del cioccolato) al latte.

Esigo essere adulato, domando loro: “noi ragazzi siamo o non siamo i numeri uno?”
Mi congedo tra gli applausi della standing ovation.
Ho una guerra da vincere, un conto in sospeso con una certa zanzara...