5 febbraio – Pena e Panico

Marcel mi ha detto che sarebbe arrivato tra le 7 e le 8. A che ora pensate che io abbia puntato la sveglia?

Vi sbagliate. L’ho puntata alle 6.30 perché ci tengo ad essere presentabile e non voglio accogliere l’infermiere come un lazzaro appena uscito dal sepolcro. Oppure potremmo anche dire che non ho alcuna intenzione
di imparare a regolarmi in base al famoso fuso africano.

Marcel, beffandosi delle mie premure, arriva alle 8 ma, non appena varca la soglia di casa, si ricorda di aver lasciato il catetere in ospedale, torna subito subito eh, niente di grave. Morale inizia a farmi le solite iniezioni verso le 8.30. Dovrei commentare? Meglio di no.

L’ultima tranche di droghe medicinali è prevista per le 16.
Faccio colazione con una zuppetta di muesli e miglio preparata amorevolmente per me da suor Nicole, un bel pezzo di pane fresco e sono già più vivo.
Mi sento bene, non sarebbe sconveniente darmi una rassettata come si deve. Spazzolarmi il pelo e magari indossare qualcosa di diverso dal pigiama che porto ininterrottamente da 48 ore. Che è cosa ben diversa dall’averci dormito 2 notti, sia chiaro!

Mi lavo con l’aiuto dei secchi, metto gli indumenti a lavare, anche se forse sarebbe meglio mandarli direttamente al macero, e indosso finalmente delle braghe che mi stiano in vita con la cintura, anziché con un patetico elastico. Basta poco a noi uomini per sentirci rinati. Dateci due pollici da infilare nei passanti dei calzoni con relativo movimento pelvico ed è già un altro mondo.

Nicole constata il mio stato rinvigorito e sano. Nel mentre arriva Godyene pronta a replicarmi il brodino di carne e zenzero che da ieri amo tanto. I miei doveri di convalescente mi impongono di accomodarmi e attendere che le libagioni vengano servite. Un po’ come Luigi XIV, è peccato lamentarsi.
Alle 12.40, mentre sono intento ad intingere un tozzo di pane nel brodo rinfrescante bussa alla porta Marcel. Inizialmente è Godyene ad intrattenerlo. Non capisco di cosa parlino, a quanto pare il ragazzo ha bisogno di me.

Mi chiede se sono disposto a fare il tampone per il Covid. E’ gentile a domandarmelo ma non penso di avere molta
scelta. Acconsento. I miei pensieri iniziano febbrilmente ad affollarsi nel cranio. Quei 2 o 3 neuroni sopravvissuti alle splendide feste adolescenziali fanno una fatica boia a passarsi le informazioni. Immaginatevi una partita di tennis in doppio, ma con tre soli giocatori in campo. Insomma, ce n’è almeno uno che soffre.
Se fossi positivo, a quali conseguenze andrei incontro? Prima di tutto isolamento e quarantena. Questo significherebbe anche rimandare il mio viaggio al nord e tutti i relativi progetti in ballo.

Poi potrei essere additato come il bianco responsabile di pandemia colposa all’estero. Inseguito verrei forse linciato o lapidato (alla vecchia maniera).
Al meglio, mi ostracizzano. Come si effettueranno le richieste di asilo politico? Chi devo chiamare per salvarmi la pellaccia? Per non parlare dei possibili malati sulla coscienza. Non è un bel momento. Marcel ha guanti e mascherina, non l’ha mai messa finora. Inizio a sudare freddo. Tira fuori un aggeggino rettangolare, una specie di mini-test di gravidanza lilla e un tampone. Mi siedo e sollevò il capo, ne ho già effettuati due prima di partire e uno all’arrivo in aeroporto, conosco la prassi.
Il bastoncino mi scende giù per la narice, causandomi un mezzo spasmo all’occhio destro, non oso immaginare che faccia io abbia fatto. Povero Marcel, deve aver assistito ad uno spettacolo orribile.

Dopo di che infila la testa del tampone dentro ad un liquido e lo poggia sul cosino lilla. Bisogna aspettare. Se vengono fuori due lineette il test è positivo.
Il colore rosso della barretta sale… sale… sale… non so come funziona. Mi alzo, non ce la faccio, mi siedo di nuovo. Era meglio la malaria, preferivo morire da eroe che da criminale internazionale untore della patria. Non so se ho capito bene, una lineetta deve uscire, o ne servono due?
Ma le ragazze cosa provano tutte le volte che il loro destino piomba in balia di questa sottospecie di tortura psicologicamente iper – violenta? Solo ora capisco perché gli americani ci abbiano intasato metà degli
anni 90′ con film romantico-diabetici contenenti almeno una scena di suspense da profilattico rotto in cui un’attrice mediocre, super carina, è andata a letto “per sbaglio” con qualcuno. Sensibilizzare la società è importante del resto!

Si ma io qua se volete un bimbo lo adotto subito eh, ci metto poco, anche più di uno, basta che non mi
uccidiate. Come mai il test proprio a me eh? SOLO PERCHE’ SONO BIANCO SCOMMETTO! RAZZISTI!

Marcel sorride: “ah ah ah…” e inizia a scrivere. Cosa, cosa per Giove, parla uomo nero, cosa le parche han tessuto per me? NEGATIVO.

Se fossi un texano avrei di sicuro un paio di colt da scaricare contro il pavimento giubilando.
Sì, è una citazione dei Simpson, bravi sapientoni. Una riga di sudore mi scende lungo la basetta. Sono sollevato. Alle 16 allora l’ultima terapia, va bene, a dopo fratello. Da notare come in 5 secondi da aver pensato “nero” sono passato a chiamarlo “fratello”. Valeryo è l’anagramma di IPOCRITA probabilmente, farò delle ricerche.

Sono sereno, mi trovo sul letto a pensare a quella stramba megera artefice del famoso trash: “non ce n’è coviddi!”. Che schifo ragazzi, eppure da ipocrita al momento mi procura gioia gratuita ed immensa. Joseph bussa alla porta verso le 16. Starei aspettando Marcel ma mi fa piacere vederlo. Era preoccupato per la mia salute ed è passato un salto prima di andare alla novena. Pregherà per me. Anche lui è in forma così come il piccolo Innocent.

L’infermiere tarda. STRANO!
Jojo giura di averlo visto sulla moto diretto in città. Starà arrivando. Così è, giunge, all’alba (ormai tramonto) delle 17.15. Il maestro si congeda e ci lascia soli. Noto che il mio guaritore indossa la mascherina. E’ proprio sicuro che il test sia negativo? Come mai tutto questo zelo nel rispetto delle norme che, fino a ieri, manco esistevano?

Marcel sputa il rospo. Sophie, malata da circa una settimana, è risultata positiva al tampone.
Non ha sintomi gravi ed è già quasi in piena forma, tuttavia è necessario che resti in quarantena, così come tutti gli abitanti del centro Yves Plumey.
Le gocce del catetere mi ipnotizzano per un attimo.
Godyene entra in casa in quel momento e mi dice, come se fossi ancora più scemo di quanto io già non sia: “Valeryo, non è successo niente eh, però sai c’è vento meglio chiudere porte, finestre e non far entrare più nessuno in casa!“. Alzo un dito come per chiedere la parola: “Godyene, so già tutto…” “Ah!”, replico: “EH!”
(nei miei pensieri risuona anche un “alura!”, perdonate il fanciullino milanese che ogni tanto salta fuori).

Ngauondéré ha contato dall’inizio della pandemia ad oggi 500 casi di cui i morti registrati sono stati tra i 20 e i 30.
L’età media è bassa, gli anticorpi sono abituati al tifo e alla malaria.
Marcel quando contrae la “palù” non assume alcun medicinale, mi dice, è come un raffreddore, gli africani sanno badare al Covid.
Voglio davvero credergli. Non oso immaginare, dopo aver constato le condizioni di vita della gente nei villaggi, cosa potrebbe succedere se si diffondesse qui una pandemia di proporzioni simili a quella europea. Suor Nicole arriva verso le 18. Non hanno ancora la certezza che sia Covid, quello di Sophie era un test rapido,
all’ospedale centrale sono ancora in attesa dei risultati di quello completo. Mi sa di balla non so perché! La preoccupazione monta nell’animo generale, in particolare per i più piccoli.

I medici l’hanno rassicurata, niente panico al momento, non servirebbe. Isolamento forzato per tutti e mascherine! Alla luce del responso clinico si deciderà il da farsi. Mi saluta, ha una comunità da gestire e tranquillizzare. Vorrei dare una mano, ma la sola forma utile di aiuto che posso prestare la rendo restando isolato e facendo attenzione alle norme.

Godyene arriva munita di FP2 per prepararmi una tisana allo zenzero poi e un infuso di artemisia prima. Sono entrambe quasi disgustose, ma è per il mio bene. Anche mia madre quando mi mollava gli schiaffi diceva la stessa cosa, a distanza di tot non sono ancora del tutto convinto che avesse ragione! Parliamo un po’ della situazione europea, delle maniere possibili con cui può diffondersi il contagio, delle premure idonee da prendersi per evitare brutte sorprese, di quanto il clima possa influire sulla dispersione della malattia. Per un momento mi sembra di essere tornato a casa. Non era esattamente questo il modo in cui avrei voluto farlo. Preferivo immaginarmelo più
composto da baci, abbracci, carezze e calorosi saluti di accoglienza.

E’ la prima volta in cui a Marza c’è alta tensione, ma il generatore elettrico in questo caso non centra. Godyene mi consola: “courage Valeryo, l’Africa è abituata a ben altro!”. Malgrado le mie esitazioni, non posso darle torto!
Saluto la mia sorellona nera e giro i tacchi verso il corridoio.

Una curiosa macchia mi attira l’attenzione. Meglio dare un’occhiata più da vicino. Avanzo un paio
di passi prima di capire che si tratta di un ragno peloso grande quanto il palmo della mia mano. La ciliegina su una torta fatta di merd*! Prendo l’insetticida ma il balordo è talmente potente che, anziché morire, scappa e si infila in camera mia. Di male in peggio. Ma quand’è che uno tocca il famigerato fondo?
Sarebbe carino avere la certezza di non poter andare più in basso di così. Entro nella stanza. Dove si sarà cacciato? Conoscendo l’indole truffaldina e maliziosa tipica degli aracnidi avrà cercato riparo in qualche pertugio. Che tu sia dannata, invereconda bestiola!

Sotto il letto non c’è. Anche gli angoli del perimetro sono spogli. Ci sono! Sposto la valigia. Proprio come immaginavo, tra il battiscopa e il mio bagaglio. Lo spray non ha funzionato? Vediamo come te la cavi con le infradito! Hai capito benissimo, ho una cura medioevale per il tuo cul*!” (suona un po’ sboccato, ma la citazione andava eseguita alla lettera!).
Getto il cadavere in pezzi nel gabinetto. Per oggi ne ho avute abbastanza.

Ps. Michele (un lettore) mi ha chiesto come io abbia fatto a rompere le mutande nel primo episodio. Non ho omesso alcuna scena erotico-carnale nei miei racconti,
(PURTROPPO) è andata esattamente come sarebbe andata al buon, caro e vecchio Charlie Brown (mio spirito guida da sempre): nel togliermele mi si son strappate tra le mani, non chiedetemi come, non lo so neanche io.