22 gennaio – Disposti a tutto

Seppur avendo puntato la sveglia alle 8 per dribblare il ritardo di Etienne, mi sono alzato alle 6.44.

Ho spalancato gli occhi con la stessa inquietante meccanicità dei fanali a scomparsa delle macchine sportive.
La zanzariera mi penzolava poco sopra al naso. Ormai ci ho fatto l’abitudine, a volte nemmeno la noto.

E’ sempre bello scoprire, svitando leggermente il pomello del rubinetto, la presenza dell’acqua corrente e dunque la possibilità di lavarsi la faccia!
Che meravigliosa sensazione di freschezza. Sono un po’ schizzinoso: l’acqua dei secchi non mi fa impazzire!
La evito quando si tratta di sciacquare il grugno, perciò ammetto candidamente che saran passati almeno tre giorni dall’ultima volta che le mie gote ispide hanno incontrato qualcosa di diverso da una salvietta umidificata.

Mi piace svegliarmi con una bella strapazzata acquatica! Un tuffo al volo prima di affrontare la giornata. Speriamo ci siano le dannate viti al mercato, ho tutta l’intenzione di costringere Etienne a ultimare la costruzione dei letti.

Il mio compare arriva puntuale, PAZZESCO! Mi sono scofanato una pentola di riso e fagioli a colazione giusto per non rischiare di restare a corto di energie, indispensabili per litigare con il nostro indecoroso trapano manuale.
Siamo veramente “in gaina” (espressione che ad oggi non so ancora bene cosa significhi ma che io uso per dire: “siamo motivati“).

Benissimo, le quattro cerniere che abbiamo fatto bucare dal fabbro sono pronte! Sono pronte, vero? Devono esserlo anche perché una cosa gli abbiamo chiesto: fare quattro maledettissimi buchi!!!
Lui che ha fatto? I buchi certo, ma uno lo ha sbagliato, tagliando la lamina troppo in basso.

Calma, niente panico!
Il nostro maldestro efesto non è ancora al negozio: nell’attesa lavoriamo al montaggio dell’altro. Sorprendentemente le cose filano lisce. Fuori uno! Non molliamo dai! Siamo sulla strada giusta, possiamo farcela! Ci voglio credere, nonostante tutto!

Mastro Etienne mi apre la via e, insieme, ci dirigiamo verso il laboratorio. Del nostro uomo nessuna traccia, è andato in città, impossibile sapere quando sarà di ritorno. Un timore divampa nella mia mente: “non vorrà mica mettersi a bere come ieri sperando che prima o poi qualcuno si palesi, vero?” Non reggerei un colpo del genere. Mi vergogno per averlo pensato, soprattutto dopo essere stato spettatore non pagante di tanta alacrità. Etienne non si arrende. Se ci fosse almeno una lima…

Iniziamo a chiedere alla gente nei dintorni. Purtroppo, con scarsi risultati. Gli occhi del mio amico, fulminei si girano di scatto verso un uomo che sta tribolando sotto le ruote di un carretto a motore (una specie di moto a tre ruote con rimorchio annesso).

E’ proprio un mezzo da urlo! Vorrei farlo sfrecciare nelle strade del canturino, quanto costerà? Io ho una specie di problema con i mezzi di locomozione improbabili. Ricordo che in India mi sono quasi seriamente interessato ai prezzi dei tuc-tuc con l’intento di acquistarne una decina. Essere poveri è una vera fortuna, posso esimermi dallo spendere vagonate di denaro per oggetti completamente inutili! Mentre sono intento a favoleggiare su tutti i mezzi a tre ruote che conosco e sul loro possibile costo, a riprova del fatto che, nonostante i 28 anni, la fase triciclo non l’ho ancora superata, il capomastro recupera proprio dal meccanico un punteruolo di ferro dal peso approssimativo di un paio di chili.

Entra nel laboratorio che, pur essendo vuoto, ha le porte spalancate! Attacca il flessibile e comincia ad appuntire la stanga in metallo come fosse una matita. Ah, a quanto pare sono stato un tantinello precipitoso nel diffidare.
Il tempo passa, ma ormai non ho più fretta, costi quel che costi, le ragazze stasera dormiranno su un materasso.

Come un medium dalle doti affinate, tra una scintilla e l’altra Etienne ripete a voce alta: “è davvero troppo brutto pensare a quelle povere ragazze che dormono in terra, dobbiamo finire”. Sono costernato. Ma che idolo non è mastro Etienne? Molla il flessibile e afferra una mazzetta, piazza la cerniera di ferro su una pietra comodissima disposta all’ombra di un bell’albero davanti al locale e, scalpellando con il punteruolo appuntito di fresco, comincia a dar giù botte da orbi al povero foro malriuscito. Non vorrei essere nei suoi panni! Per un attimo mi sembra di essere finito in un episodio dei Flintstones: “Wilma dammi la clava!“. Probabilmente l’uomo di Neanderthal eseguiva movimenti tanto differenti da quelli di Etienne nel lavorare la selce.

Presto una mano al mio egregio collega, tentando di tener fermo l’angolino metallico nel mentre che lui reitera questo suo primordiale pestaggio. Al terzo battere sento un dolorino, guardo l’anulare: sanguina!
Sono proprio un debole Nassara: mani di pastafrolla! Mi avvolgo il ditino in un fazzoletto e aspetto che la mia mamma venga a soffiare sulla bua. Peccato si trovi a 6.600 km di distanza da me: con tutto il bene, è un po’ difficile!
Dovrò cavarmela da solo! Del resto sono alla conquista della mia personale autonomia quindi, credo proprio di potermi arrangiare.

Intanto Etienne tiene il pezzo fermo con un piede e continua a massacrarlo di botte.
Dopo una decina di minuti dovremmo esserci. Restituiamo il maltolto e rientriamo. Certo che è strano: uno ti presta una roba, tu gliela passi al flessibile senza chiedere permessi o cose varie, poi senza fare una piega gliela restituisci evitando giustificazioni. Si tenga conto del fatto che nemmeno il flessibile era di proprietà del mio mentore.

In Africa il concetto di condivisione giunge a confini molto più lontani dei nostri. Da noi se il vicino non ti restituisce il tagliaerba (Homer-Flanders) quando glielo chiedi, il mese dopo si ritrova gli ufficiali giudiziari a casa per il pignoramento. Qui si mangia con le mani nello stesso piatto, è un po’ tutto di tutti all’occorrenza. Ci sono anche i super ricchi con le mega ville recintate a filo spinato, le eccezioni a conferma della regola, sempre pronti a rimarcare il concetto di proprietà privata, ma per il resto è una vita spartana, meno venale in certe accezioni, forse per ragioni dettate dallo stato delle cose. Questa grande povertà, che coinvolge tanti, unisce, avvicina, spartisce i dolori sulle spalle di molti, tanto che questi, a veder loro, sembrano poi pesare un po’ meno.

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Basta con la filosofia esistenziale! Tornando al nostro letto, il foro è a mala pena passabile, ma ciò è sufficiente a permetterci di lavorare. Il mio socio vuole giusto dare un altro paio di martellate, così per sport, prima di applicare la cerniera alla spalliera del letto. Una e OPS!

La testa pesante del martello si stacca dal manico e mi vola a due centimetri dal piede. Nella mente di un codardo un episodio del genere rievoca migliaia di dinamiche, non è la paura del rischio attuale appena corso, bensì il terrore di tutte quelle volte in cui, non conoscendo la possibilità che la testa potesse volare in giro a causa della scadente qualità dell’attrezzo, io inconsciamente ho martellato e inchiodato usando lo stesso con il rischio di suicidarmi involontariamente o, peggio ancora, uccidere qualcuno o qualcosa. Avrei dovuto immaginarlo.

Qui tutto è made in China, [omissis.]

Rimesso in sesto il martelletto che, guardando bene, ha paradossalmente la bandiera statunitense a stelle e strisce disegnata sul manico, un capolavoro di ignoranza, Etienne assesta il colpo di grazia alla cernieretta in ferro che, forata e drizzata, è ormai pronta all’installazione. Fatto. Non ci credo, con facilità estrema montiamo il terzo letto. Ovviamente non fila tutto come dovrebbe. “E’ uscito largo 85 cm – esclama il compare – e noi abbiamo costruito la rete in doghe spessa 84.5″. Afferra gli ultimi rimasugli di legna superstite e a colpi di chiodi allunga le assi orizzontali di quel tanto che basta per stabilizzare la rete sulle traverse portanti. Pensavo peggio, problema risolto all’africana!

Trasciniamo anche l’ultima nostra creazione fuori dal magazzino, al fresco di un grande mango. Mi ci sdraio sopra, voglio testarne la solidità, se può reggere un torello come il sottoscritto, reggerà di sicuro anche quei fuscelli di fanciulle che popolano la grande casa rosa.

Godyene ci raggiunge per osservare la nostra produzione. Avrebbe voglia di cambiare letto, non è che possiamo fargliene uno? Come no, volentieri, aspetta che adesso apriamo un atelier, gemellaggio Savana-Brianza ed è subito business. Il soffitto di questa speciale camera non è malaccio. I raggi del sole scaldano l’azzurro del cielo, le foglie verdissime mi fanno ombra sulla fronte, un venticello spira fresco preciso da ponente. Mica male!

Pausa pranzo, ci rivediamo tra 30 minuti, vogliamo portare i letti di persona, non ci fidiamo delle mani sbadate dei giovani. Io mi fiderei pure, indolente come sono, ma la volontà del mastro è ferma su questo punto. Due ragazzi ci raggiungono, sono ammirati, vorrebbero imparare a lavorare così, Etienne afferma che se vogliono possono guardare, per intanto magari sarebbe carino se ci dessero una mano a trasportare i due catamarani.

Ma come? E la storia del “non mi fido dei giovani?”. Coerenza camerunense suppongo. Detto fatto. Gli sbarbati cercano un asse di legno, dopodiché se lo piazzano in testa, sollevano il letto, lo appoggiano sull’asse (che sì, è sempre lì poggiato sulla crapa) e con la mobilia sospesa a mezz’aria cominciano tranquillamente ad affrontare la pendenza che divide il nostro magazzino dalla Maison. Trasloco livello estremo! Potrebbe diventare uno sport olimpico, del resto se lanciare pesi o giavellotti è degno di scrivere l’antica storia agonistica, non vedo perché il trasporto di oggetti, di improbabili dimensioni e peso sul cranio, non debba esserlo.

Arrivati a casa delle ragazze, Clarisse ci spalanca il portone, insieme a noi giunge anche il tecnico per montare la tv.
Esatto amici, un benefattore ha omaggiato le nostre piccole donne anche di una televisione con tanto di via cavo. Non oso immaginare l’esultanza sui loro visi al rientro da scuola nel trovare tutte queste sorprese. Fa un caldo boia, sono le 16. Missione compiuta!

Prometto ad Etienne una birra prossimamente per festeggiare, è il minimo. Quando si lavora insieme, con un obiettivo comune, la giusta motivazione e una buona capacità di tolleranza reciproca, si forma un legame di mutuale rispetto nei confronti dell’altro. Non so se avete mai provato a condividere la gioia di un successo, anche piccolo, con quello che, alla fine del lavoro, diventa quasi un amico. Esperienza consigliata, quelle, a mio parere, sono le occasioni migliori per tracannarsi una bionda bella gelata.

Ogni cosa a suo tempo, tra un’ora ho lezione di francese con Jojo, devo darmi una sistemata. L’acqua non mi ha ancora abbandonato. Confesso che la faccia non è la sola porzione di corpo che non lavo da tre giorni, ergo: DOCCIA INSTANT! Con sommo gaudio anche.

Tutta questa adrenalina dovuta, prima alla questione letti e poi alla questione igiene personale, mi ha rimesso in pista!
Con Jojo mi difendo discretamente e verso le 18 salgo dalle ragazze per la solita preghiera. Clarissa è contentissima, ha già fatto un pisolino pomeridiano nel suo nuovo giaciglio. Faccio finta di scaricare tutta la gloria su Etienne, che detiene un buon 75% del merito della realizzazione, ma intanto il mio ego smisurato, silenziosamente, si loda e si imbroda, questo è pane per i suoi denti.

Vorrei scrivervi tante altre cose, anche a costo di cadere nel banale, tipo che Etienne non aveva idea delle dimensioni dei materassi quando ha deciso le misure dei letti e che quindi due di loro, pur avendo altezze differenti, sono stati accostati a mo’ di matrimoniale, per altro risultando corti. Avrei voluto dirvi del mio disappunto e di come quest’ultimo abbia suscitato l’ironia e le risate di tutti: “vorrebbe le cose perfette luiper le ragazze va più che bene!

Purtroppo però, da sotto al mio frigo è appena emersa una perdita di acqua nera come la pece “che descrivervi non saprei” (semi cit.).
Meglio indagare!