18 gennaio – Conta_abilità

Sono approdato in Camerun il 17 dicembre, 31 giorni fa.

Prima di partire ho immaginato questa esperienza con la stessa forma di un auto-concepimento, ammesso che questo ne abbia una. 9 mesi, a dir il vero quasi dieci, la mia pigrizia sarebbe capace di procrastinare proprio tutto, anche la mia nascita. In Africa il tempo è un concetto come non mai relativo.

Quante cose ho già vissuto. Gli alberi qui crescono più velocemente e diventano giganteschi. I semi tramutano in piante già solide e forti in poco più di un anno. La stagione delle piogge cambia il colore del mondo in due settimane, il verde in ben che non si dica, domina su tutto. Potente. Ma solo per 6 mesi. Con altrettanta velocità la linfa lascia il passo alla morte. Il lavoro della terra si scansa all’avanzare del riposo. Tornerà l’oro cenere sui campi,ridipingendo gli orizzonti. Ed è proprio in quel periodo che io dovrò tornare a casa, chiudendo un cerchio, pronto a disegnarne un altro chissà dove.

Mi piacerebbe che la mia testa si trasformasse nella punta di un compasso, agganciandosi di volta in volta su qualche pezzo di terra emersa, pronta ad ampliare le proprie vedute, tracciando nuove circonferenze. Ma è troppo presto per pensarci. Ed era troppo presto anche sta mattina alle 6 quando il mio cellulare ha pensato bene di rimembrarmi i compiti della giornata tutto d’un botto: devo scattare le fotografie alle nuove ragazze appena giunte al centro.

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Voglio dormire.
Non tanto dai… qualche minuto ancora, vi prego!
La mattina, dopo le cinque, restare a letto qui è fenomenale: la temperatura esterna è abbastanza bassa da farti davvero godere della tua copertona tamarra con le roselline, 100% poliestere made in china che procura un tiepido tepore al microcosmo creatosi sotto le lenzuola.
E’ il mio momento. E’ davvero raro che il dormiveglia anzichè essere spiacevole e snervante evolva in una condizione positiva. Me ne sto lì bello placido, con l’arietta docile che mi accarezza le guance, sento un principio di brivido ma no, muore sul nascere perché le terminazioni nervose mi ricordano appena in tempo che i miei piedi sono
al caldo. Non un caldo torrido e appiccicoso, un calduccio giusto, fresco, riposante. Proprio la temperatura ideale.

Ho impiegato le 6 ore di sonno precedenti per creare questo capolavoro di brodo primordiale, e sul più bello, appena inizio a godermelo, devo abbandonarlo. Ragazzi, è TRAGICO! Quale capitano che si rispetti farebbe mai una cosa simile? Se incontro il fenomeno che ha proferito l’adagio: “il lavoro nobilita l’uomo!” lo strozzo con le mie mani!

Devo finire questo progetto! Non lo faccio certo per l’amor che muove il sole e le altre stelle, macché! Solo per le ragazze e per il mio ego smisurato! 6.20 il balordo ripete la cantilena.
Mi arrendo! Addio mio amato giaciglio, ti ho vissuto: è stato breve ma intenso. Non c’è acqua. Una blatta supina e morente occupa un’angolo del bagno.
Messaggio ricevuto, buongiorno un par di balle!

Arrivo a casa di suor Nicole e vedo trotterellare nell’erbetta tre maialini. Non faccio in tempo a sorridere pensando a quanto siano carini che il ricordo del loro povero compare nella carriola mi scompensa le meningi. Sono le 6.40. Giornatina mica male.
Approdiamo dalle giovani e cogliamo le dovute pose. Alle 8 incontro in ufficio per decidere il programma settimanale.

Ho un’ora libera! Mi piazzo sul letto ma vestito, sopra le lenzuola, non c’è paragone. In ufficio sono tutti puntuali. Il che mi restituisce alcune speranze riguardo all’andamento delle ore a venire.
Devo andare con Etienne ad occuparmi della costruzione dei letti per le nuove arrivate. Non possono mica dormire su un materasso in terra per sempre!
Con il mio mastro è tutto un girare chiavi inglesi e sporcarsi le mani. Finalmente posso usare gli attrezzi che mio padre mi ha obbligato a mettere in valigia.
Come al solito, aveva ragione lui, a qualcosa son serviti. Mancano materiali, continueremo domani.

Matacon mi aspetta seduto sulle scale di casa.
Sapevo che non avrebbe mancato l’appuntamento. Lo invito ad entrare, si fa sottile sottile, più di quanto già non sia, e resta immobile appoggiato contro lo stipite della porta. Ho qualcosa per lui; banane, un bell’avocado, un blocco per gli appunti e due penne nuove di zecca, di cui una rubata in qualche ufficio.
Consegno il sacchetto, mi guarda. Fissa il sacchetto. Ritorna a focalizzarsi sul mio muso. “Vorrei restare qui con lei!”
“Come scusa?” non credo di aver capito bene. Sempre più imbarazzato tira fuori l’ultimo fiato che gli resta in quel suo corpicino pelle e ossa e mi dice: “vorrei restare qui con lei!”

Ora, se è vero che un battito di farfalla è in grado di generare un terremoto, pensate che razza di cataclisma venga fuori da una frase tanto semplice quanto letale, pronunciata con un tono così innocente.
Sono interdetto. Nel senso che assumo le sembianze di un manico di scopa seduta stante. Mi schiarisco la gola.
Il fatto è che questa non è casa mia, alla fine di settembre io me ne andrò, lui ha una famiglia, anche questo non è da poco. Deve pensare che gli altri potrebbero sentire la sua mancanza (mentre lo dico spero in cuor mio che sia davvero cosi).

“Possiamo essere amici se vuoi, è un piccolo inizio dopotutto non credi?”
“Ok”. Pugno con pugno, ci salutiamo con il proposito di rivederci presto. Ancora non capisco perché siano i bambini ad andare a lezione.
Il nostro mondo è tutto al contrario, dovrebbero andarci gli adulti. Impareremmo tutti qualcosa perché, a quanto pare, di lezioni da darci i bimbi ne hanno anche troppe.

Suor Nicole interrompe il principio di invettiva contro l’umanità che stava per sorgere nel mio cervello e mi consegna gli ultimi documenti. Completo finalmente il dossier relativo alle piccole donne. Ora di pranzo, conservo le ossa del pollo, ho un piano per dopo. Verso le 13 c’è miracolosamente acqua. Colto da una bizzarra energia probabilmente dovuta al chilo di patate ingurgitate a pranzo, o dai sensi di colpa di una vita in vacanza, decido di lavarmi i vestiti.
Il successo della procedura mi sblocca la voglia in stile domino.

Massì dai, faccio anche la doccia! Saranno tre giorni che vado avanti a salviettine. Mentre mi asciugo, completamente rinato, l’occhio mi cade sullo specchio e, vanesio, mette a fuoco la faccia. Ma sai cosa? Mi faccio anche la barba, già che ci sono ottimizzo! Il fanciullino milanese che è in me esulta per questo tipo di economie.
Rimesso a nuovo esco alla ricerca di un cane a cui dare i miei ossicini. Bisogna condividere. Niente… quando li cerchi nemmeno l’ombra.

Torno in casa, lavoro un po’ al pc e son già le 16.30, Jojo mi bussa alla porta. Lo invito ad entrare, ma la porta è chiusa a chiave. Ma mica si è chiusa da sola eh, l’ho chiusa io un’ora prima.
E’ ufficiale: son cretino. Non mi è bastato paccare la lezione di ieri, gli faccio anche gli scherzetti. Chissà cosa pensa di me. Jojo è superiore, non pensa male, è una persona seria lui, a differenza di qualcuno che conosco molto bene. 35 minuti secchi e concentrati di lezione.

17.05 siamo in ritardo per la messa. Non sapevo ci fosse, ma accetto il suo invito. Passeggiando in direzione dello stabile facciamo un po’ di conversazione. Sto migliorando, me lo sento!
Brenda mi corre incontro, stupenda come sempre. Num Num, Nicolà, Dudu, Nadine sono fuori, ma la messa è già iniziata. Li esortiamo ad entrare, di tutta risposta quelli fanno orecchie da mercante in modo spudorato.

Non ho capito niente di ciò che ha detto padre Alois!
Sta mattina abbiamo avuto anche un breve incontro in ufficio. Sorrideva ed era cordiale. La cosa mi ha colpito! Mi sono sentito un po’ in colpa per averlo giudicato forse precipitosamente, tuttavia pur rispondendo in modo generale e costruendo delle espressioni facciali credibili, vi giuro, non ho idea di che cosa abbia detto per i cinque minuti in cui ci ho discusso. Io da parte mia mi sono limitato a cose tipo: “Ah, è vero, certo, volentieri, capisco!”. FINE. Forse mi porta a lavorare nei campi con lui.

Ma forse. Chissà, spero che questo mio vizio di fingere di comprendere le cose per non sembrare ancora più stupido del normale non mi riservi spiacevoli sorprese.
Temo però di avere guai in vista. Alla fine della messa scopriamo che il prete ha cannato ancora la cerimonia, professando quella del 18 febbraio. Nicolà mi trascina per la mano fuori dallo stabile. Lui e Dudu vogliono essere portati in spalletta. A quanto pare oggi si lavora sodo.

Voglio cercare i cani, Brenda e Nicolà mi seguono all’avventura. Niente. Spero domattina di beccare David al solito posto (è il nome del cane eh, non è che da bianco colonizzatore do le ossa avanzate da mangiare alla
gente, meglio specificare!). 19.30 Gedeò mi bussa alla porta. Cercava suor Nicole ma lei non abita più qui. Mangia un pezzo di torta che Manassè e Michel mi hanno consegnato poco prima, da parte di chi poi, manco ne ho una vaga idea. Lo invito ad accomodarsi visto che ormai sta masticando, strano modo di essere educati!
Mangi pure quanto vuole e beva, andrà poi dalla suora. Mi ringrazia e mi dice che passerà più spesso. Che se ne voglia approfittare?

Meglio lasciarsi il beneficio del dubbio. Manassè, polli vivi o morti che siano, resta il mio diletto tra i presunti “grandi”.

31 giorni. 744 ore, forse questo ammontare rende maggiormente l’idea. 44.640 secondi. Forti come tante gocce che, cadendo una ad una, creano un piccolo rigolo d’acqua.

Lentamente, sento che la costruzione della mia minuscola imbarcazione avanza: mancano 3 mesi alla stagione delle piogge, verrà allora il momento di salpare,voglio essere pronto a seguire il flusso di questa corrente!