19 gennaio – Altro che Ikea!

Ingurgitare la zuppa di cavolo e il riso avanzato da ieri alle 7.40 del mattino è stata una mossa vincente, dopo ne capirete il motivo.

Etienne non sa scrivere, credo, o almeno non i messaggi. Ieri mi aveva paccato serenamente dandomi appuntamento alle 8. Così credevo. A sua discolpa posso dire che il messaggio recitava: “Suis parti sauf demain matin. à 8hoo. ly a trop le soleil'”. Scemo io che ho capito male! Mi si presenta alle 8.40. Svegliarsi presto è stato inutile.

Poco prima delle nove cominciamo ad impegolarci nella costruzione delle doghe che formeranno la rete su cui poggiare i materassi.
Prendere bene le misure è fondamentale, serve precisione, calma, accuratezza… tutte cose che in Africa non esistono. Etienne va a fiuto, diciamo.

Non che non sia bravo eh, anzi, sa il fatto suo, ma non sembra che gli importi molto crepare il legno bianco dalla ridicola leggerezza acquistato al mercato. E così, dopo essermi impegnato mezz’ora per inchiodare perfettamente le assi del primo telaio, lui serenamente prende i legni necessari alla costruzione della seconda e ce li attacca sopra con dei chiodi piazzati in obliquo (senza minimamente piegarli, come abbia fatto non lo so!).

E’ più semplice così! Ci evitiamo la briga di riprendere le misure. In pratica il piano è costruire un castello fatto di tre griglie una sopra l’altra per poi staccare con il martello e olio di gomito i chiodi in avanzo, per separarle.
Se la Brianza tutta vedesse questo SCEMPIO! Meglio non dire che vengo da Cantù, patria del mobile e delle fabbrichette, zona che ha reinventato il concetto di “bottega sotto casa”. Chiedo venia ai maestri del legno, chiedo venia agli artisti dell’intarsio, chiedo perdono ai commerciali che stra vendono in Russia e in Arabia tavolini da 30.000 euro. Non potrò mai più sedermi su nulla che sia concernente al mondo del design dopo quest’oggi.

Ma qui si bada solo a ciò che serve e, da due giorni, le ragazze dormono su dei materassi di spugna poggiati per terra. Non frega niente a nessuno delle tecniche di incastro dei tasselli, il trasparente da passare per evitare che l’umidità rovini il legno non esiste. E’ già tanto se abbiamo la colla! L’importante è che sia solido. Cosa che al momento non mi pare proprio.

Devo ammettere però che, pur fomentando bile nel mio giardino zen interiore contro il maestro per aver tracciato tutte le linee storte, con impegno sono riuscito a creare delle doghe di poco rientranti nel concetto di simmetria. Parrebbero dritte. Etienne si complimenta con me. Sono le 11, ho martellato e fissato chiodi per quasi 2 ore
e mezza. Non sembra ma è un’attività che chiama energia. Rimango di sasso quando vedo il mio mentore sedersi sulle ginocchia su una delle reti appena fatte.
L’oggetto risponde con più stabilità di quanto pensassi. Del resto se non ti fidi di quello che costruisci con le tue mani, di che altro puoi fidarti?

Mi ci siedo anche io. Regge. E io che non ci avrei scommesso 1 lira! Meglio così.

Dobbiamo quindi avvitare i piedini del letto sulla testiera e sulla pediera (così si chiama la spalliera inferiore del talamo). Decidiamo di iniziare da quello che potrebbe dare più problemi. Non solo la testiera è in legno massello, ma ha anche già i due piedi annessi in un unico pezzo. Dovremo dunque installare i due piedini inferiori alla giusta altezza. Questo è il minore dei mali dato che, anche a casaccio, Etienne riesce ad uscirne con una certa precisione istintiva.

La parte difficile è trapanare il legno delle pediera che al centro è di truciolato, ma al bordo è massello durissimo. L’unico trapano elettrico a disposizione è adatto alla foratura delle pareti, anche ad avere corrente, non ci servirebbe.
A mali estremi, estremi rimedi! Proviamo con il trapano manuale che il capomastro custodisce gelosamente nello zainetto. Non vedevo un oggetto del genere…no penso di non averlo mai visto dal vero.

Credo di averne appreso l’esistenza attraverso i cartoni di Willy Coyote che, nei fallimentari tentativi di acciuffare
Beep Beep, tirava fuori dalle scatole TNT la qualunque. Si tratta di una sorta di cavatappi gigante, con una leva ad U alla cui estremità superiore è attaccato un pomello rosso, mentre a quella inferiore si trova la punta. Sapevate che un altro modo di chiamare quest’ultima è “saetta” e che attraverso il suo utilizzo si procede all’alesaggio, ossia la giusta calibrazione di un foro cilindrico? Io no e, probabilmente, tra due ore me lo sarò dimenticato, ma confido nel vostro intelletto.

Divertitevi pure a stupire i parenti e i vecchi inaciditi che guardano i cantieri se vi va. Anni e anni di naia, di guerre e di manualità per poi ritrovarsi nel 99% dei casi, senza conoscere il significato del termine alesaggio. Sti ignoranti! Consiglio vivamente di tenervi stretta questa carta quando, davanti ad un lavoro a detta loro banale, qualcuna osa domandarvi “ma cosa vi insegnano all’università!”.

Alè, scatenatevi, fateli neri, mica è colpa nostra se siamo nati nell’era digitale e ci siamo ritrovati i telefoni senza rotelle da girare. Sono loro che hanno fatti i danni! Balordi! Fosse dipeso da me, sarei ancora in giardino a dondolare sullo pneumatico attaccato all’albero vicino al laghetto (presente in tutti i film americani che si rispettino).

Ma torniamo al nostro aggeggio. Fa letteralmente schifo. Il meccanismo interno (due pezzetti di metallo attaccati col fil di ferro) che dovrebbe tenere ferma la SAETTA, ricordiamolo, non tiene un bel niente. Ogni due giri Etienne si ferma, la punta si stacca restando conficcata nel legno. Cominciamo a parlare casualmente della PAZIENZA, la quale determina la maniera con cui ogni africano conduce la propria vita, costituendo la vera e unica forza di un uomo. Molti, occidentali e non, sono fuggiti, tornando disperati nelle terre natie, poiché incapaci di apprendere questa formidabile virtù. Se vorrò mai comprendere a pieno la loro cultura, sarà bene che assorba da subito il concetto.

Mentre il mastro mi incalza con queste affascinanti riflessioni mi siedo tranquillamente su uno sgabellino. Non c’è nulla che io possa fare e così decido di godermi lo spettacolo. Lui continua: “la vita è una lotta, una guerra, la pazienza è vera forza…”. Direttamente estratta da qualche pagina ultra-mainstream di Facebook me ne esco con aria vissuta: “conosci qualcosa che sia facile in questa vita, amico mio?” (Pat Morita e Yoda si sono impossessati di me).
“Certamente no”, incalza, nulla è facile a detta sua (avrei una piccola obiezione: starmene seduto a guardarlo maledire la Cina e tutte le sua scadenti leghe metalliche, per me al momento è parecchio semplice, oserei dire anche divertente). Insiste.

Usa ogni frammento di energia positiva residua nei suoi chakra. Eh quanto conta la pazienza amici miei! Ad un certo punto sventola bandiera bianca. Del resto è un uomo come tutti anche se africano. 1 ora e 30 per fare 4 fori non è roba da poco, metterebbe k.o. anche il grande Mohamed Alì. Etienne è esausto e comincia a parlare con il trapano. “Perché fratello? Perché proprio io? Perché mi fai diventare pazzo così?”
Devo intervenire, qui va a finire che gli finisce il senno sulla luna, come l’Orlando Furioso, preferirei evitarmi le scene di Etienne che sradica alberi e maledice il mondo in preda all’ira funesta.

Si fa dare dell’olio sperando che così che l’aggeggio giri meglio.
Così è per tre secondi, poi la punta comincia a stridere un acuto tremendo simile a quello che farebbe un gatto investito da una macchina. Non ci siamo.
Va ad affilare la SAETTA, torna. Nada.

Alzo l’indice, come a scuola: DOMANDA! Chiedo se non esista un modo alternativo: mi guarda, impugna il martello e con l’altra mano afferra un chiodo un po’ più grosso degli altri! Che voglia crocefiggermi? No. Inizia a scalpellare prima col chiodo, poi quest’ultimo viene sostituito dal cacciavite, infine il falegname afferra direttamente la SAETTA del trapano e picchia più duro che può.

Ma come? E tutti quei discorsi sulla pazienza.
“Ho adottato il metodo antico!” mi dice. O la va o la spacca! Nel senso letterale, una martellata di troppo e ci bruciamo la pediera del letto.
Nonostante la frustrazione Etienne mantiene il controllo e riesce a non spaccare niente, anche se, a dirla tutta, una crepa si è formata. Ma sì, una più una meno, che volete che sia. 2 ore ci abbiamo messo. Piedi fissati e carteggiati. Vorrebbe andare a casa. Io però sono bello fresco e riposato e quindi, infame, faccio leva sul suo senso di colpa. “Speravo di finire almeno un letto oggi, le ragazze dormono sul pavimento e la cosa mi disturba!”

In preda a una folle euforia e alle endorfine rilasciate dal successo dell’applicazione degli appoggi mi guarda e mi dice: “Hai ragione, stasera almeno una ragazza dormirà come si deve!”. Vai, siamo carichi, abbiamo un obbiettivo e abbiamo la motivazione giusta sorretta da questioni etiche e morali.
Che sia con queste strategie che addestrano i militari ad uccidere? Ho forse appena scoperto il segreto dei templari ed il motivo per cui sono stati tanto zelanti nelle loro crociate? Chi se ne importa, diamoci dentro!

Fissiamo le cerniere alle traverse, puntiamo chiodi, avvitiamo viti, le svitiamo perché sbagliamo a fare le cose, tagliamo qualche pezzetto di legno in eccesso, pialliamo bene le superfici. Vado a prendere un secchio ed uno straccio e mentre il mio socio carteggia e taglia. Dopo una bella sfregata con olio di gomito,le spalliere sono come nuove e sembrano anche belle, molto più di prima almeno. Proviamo… una doga è un tantinello più lunga. Taglia ancora, carteggia, Voilà!

Non scherzo quando dico che, per qualche misteriosa ragione, la rete è perfetta, il letto è dritto e stabile. Ci sediamo sopra. REGGE! Stretta di mano, selfie celebrativo.

Domani gli altri due. Missione compiuta. “Ho sempre desiderato montare le ragazze a letto e mi ritrovo a montare i letti alle ragazze. Cosa diamine è andato storto?”. Questo direbbe Boldi in un cinepanettone targato ’87. Noi invece siamo più avanti e ci accontentiamo di aver costruito qualcosa con l’uso di testa, cuore e mani, UOMINI DI POCA FEDE!

Sono le 14.30. Una bella sfacchinata! Ecco perché una colazione potente  si è rivelata l’idea migliore presa in questo 20 gennaio, altrimenti sarei morto. Mangio alla velocità della luce e poi mi stendo sul letto. Non c’è acqua, avrei voluto farmi una doccia…
Com’era la storia? Ah, giusto: PAZIENZA!

Rigenerato dopo un’oretta di pausa tento di organizzare una partita di calcio.
Manassè è occupato in mille faccende e quindi non posso trascinarlo nelle mie diaboliche trame. Nicolà deve lavare i piatti. Michel e Moses devono fare il bucato.
Rimango un po’ con loro, li aiuto a stendere, facciamo due chiacchere. Non so stirare. Non l’ho mai fatto. Ridono. Han dieci anni meno di me e probabilmente stirano già da più di dieci anni. Mi vergogno, chiedo loro delle lezioni. Quando sarà il momento vorrei essere chiamato. Stiriamo insieme.

In fin dei conti un domani potrebbe sempre servirmi, sempre che io non riesca ad avere abbastanza denaro per pagare qualcuno che lo faccia al posto mio.
Ma con sto andazzo non credo proprio!

Vado a trovare le ragazze. Larissa è intenta a tostare le arachidi. Aisha mi chiede aiuto per lavare le stoviglie. Laeticia studia. Faccio partire una canzone in giardino e si riuniscono tutte come api al miele per ballare, cantare e prenotarsi per la prossima scelta. Non ho toccato il telefono tutto il giorno, ho parecchia connessione per un paio di pezzi
in più rispetto al solito. Claris non crede assolutamente che io sia riuscito a fabbricare qualcosa.
Domani, quando si vedrà arrivare a casa 3 letti nuovi, forse cambierà idea.

Mi piacerebbe arredarmi la casa, se mai ne dovessi avere una, con mobili fatti da me. Altro che Ikea!
Meglio fare poco i galletti e non essere precipitosi, di strada da fare ne ho ancora parecchia. Al momento non so manco stirarmi una camicia!

La preghiera serale mette a tacere anche i miei pensieri: ogni cosa a suo tempo…