2 marzo – Certe notti

Sono le 2.28 e, alla fine di questa giornata, potrei raccontarvi di come io, Christian e Stefania abbiamo quasi “scritto” un audio-libro in giardino dal titolo: “Tutte le cose che non capisco di Marlise”.
Ma è presto per darvi i dettagli succulenti.
La mattinata è stata intensa. Avevamo da segnalare all’amministrazione la presenza di un cavo elettrico pericoloso pendente proprio sulla nostra casa e su quella del vicino. Arrivati agli uffici, dopo un quarto d’ora buono di coda, la responsabile ci ha invitato a stampare le fotografie scattate dal mio socio. A quanto pare ne hanno bisogno per attivare l’intervento di un operatore. Mentre elaboriamo dove diamine trovare una stampante, decidiamo di sostare all’anagrafe, la carta di identità del mio pilota sta per scadere. Lo stato ha deciso di cambiare società e di appaltare il rinnovo dei documenti e ogni questione relativa ad un’azienda più moderna. Sarà tutto bellissimo in futuro. Per ora però serve il tempo per trasferire fisicamente la sede negli edifici pubblici. Il tempo non aspetta nemmeno i grandi traslochi. Come fare? Beh, semplice, basta violare tutte le leggi sui dati sensibili e la privacy. Coloro che devono ritirare il nuovo documento possono benissimo cercare il loro nome sulla grande parete di cemento. Le fotocopie di tutte le carte di identità rinnovate, comprese di dati integrali, sono appese al muro in bella mostra. Chiunque volesse farsi i cazzi altrui può accodarsi a coloro che hanno una valida ragione per trovarsi lì. Lato positivo? Ora so che ci sono le stampanti in Camerun.
A proposito di ciò ci accostiamo ad un piccolo negozio sulla strada: “qui faremo le fotocopie!” Mi aggiorna il mio uomo di punta. Tre donne lo salutano e poi mi squadrano con la precisione robotica di uno scanner (giusto per restare in tema). “Sono tutte sposate!” Dice Christian. “Non è vero, io sono libera!” Esclama un donnone largo e tarchiato avvolto in un vestito marrone a pois bianchi. Un uomo dalle retrovie esclama: “ha dieci figli, anche se finge di non ricordarselo!”. Qui l’unica cosa certa è che tutti han voglia di percularmi. I seni della femmina sono strozzati dal corpetto che, a scapito della gravità, sostiene le pesanti bocce ad altezza del mento. “Guardami negli occhi, anche se non vuoi sposarmi possiamo andare a Marza insieme, poi io torno qui!”. Il diastema degli incisivi e l’asimmetria strabica delle pupille mi creano un disagio cosmico interiore. Il suo nome è Kiki. Fissarle le iridi è l’ultimo dei miei problemi, l’aria folle e assatanata mi inquieta e iniziò a sudare visibilmente. Con tutta la grazia di cui non dispongo replico: “grazie, no grazie! Ma perché siete tutte fissate con sta moda di sposare i bianchi? Non abbiamo fede religiosa, tradiamo le mogli, torniamo a casa inviperiti dopo 10 ore di ufficio… io fossi in voi punterei sul nero… anche per altri motivi meno evidenti ma decisamente noti a tutti!”. Ridono. Elisabeth, la più giovane mi porge un pacchetto di fazzoletti senza dire nulla. È alta, slanciata, un sedere leggermente sproporzionato rispetto al resto del corpo, un po’ più tondo e largo a contrasto di quelle sue braccia e gambe esili. Labbra carnose sottostanno al controllo di un grosso neo posto all’altezza della guancia destra che, nella sua imperfezione, regala fascino e personalità ai lineamenti della giovane. Mi spiego. Non sudo perché fa caldo, la tipa mezza strega con i figli mi ha turbato, io non sono abituato a certe cose, insomma sono imbarazzato. Continuano a ridere. Mi asciugo la fronte. Seduta sulla sedia di fronte alla mia giace accovacciata la terza. Anche lei corpulenta ma più fine e aggraziata di kiki. Anche più simpatica e mossa da pietà per il piccolo grande bebè bianco che non sa ancora gestire i flirt senza irrigidirsi come un verginello. È così… vado in palla. “Pensavo che le donne africane avessero senso del pudore, cosa che apprezzo moltissimo… invece kiki parla di seni e di partire con me e di matrimonio… mi sono appena seduto e sono già sposato, ma com’è è successo?” Ridono per l’ennesima volta. “Lei scherza…” Lo so bene ma vorrei dirle che ho letto una frase di Freud che calza a pennello e che non so tradurre al momento: “scherzando si può dire di tutto, anche la verità”. Codardo come sono è già buono che non me la sia fatta sotto. “Dammi il tuo numero così sabato usciamo, beviamo un po’ di birra, balliamo…”. Comincio a ricredermi sulla fantastica vita di Brad Pitt, inizia già a mancarmi la mia intimità.

Poi mica c’ho voglia di andare a ballare con loro… “va beh te lo do (il numero) così puoi dire di avere un amico italiano”. Non ci posso credere sto davvero friendzonando qualcuno? Si sono invertiti i ruoli di colpo ma la cosa non mi da la gioia che speravo. È un incomodo noioso, porta i sensi di colpa di dover causare dolore all’altro, ma come fanno le donne ogni volta? Una vita piena di rotture di palle, in senso letterario. Non bastava il ciclo, la gravidanza, le code al bagno, la menopausa… no mancavamo noi a scassare l’utero definitivamente. Manderò un messaggio di scuse formarli a tutte quelle con cui ci ho provato male: “non volevo sfracassarti la uallera, colpa mia, ora ho capito, buone cose!”. Con lo sguardo, tra una proposta di matrimonio e l’altra, supplico il mio amico di trascinarmi via. Marlise a cavalcioni sulla moto sfreccia lunga la strada, sono le 10.45, tardino per andare al mercato, anche oggi non si pranza prima delle 15. Mai così bello mi apparve l’interno dell’abitacolo del nostro Isuzu 4X4. Il tasto con cui normalmente si apre il cofano è rotto. Ci infiliamo nei mercati dei venditori di ricambi. Piccole stanze di cemento stracolme di ferraglia si affollano pesanti ai lati della viuzzola che percorriamo. Più che depositi sembrano cimiteri straripanti di reliquie di vetture incidentate e smontate pezzo per pezzo. Il venditore si infila in bocca il cellulare con la luce accesa e si tuffa nel suo mondo meccanico alla ricerca dell’ago nel pagliaio. Un vecchio dorme seduto sull’ingresso del suo bugigattolo. Guardando meglio mi accorgo che l’uscio è talmente sommerso da oggetti metallici da non consentire il passaggio. Mi chiedo come possa entrare nel negozio. Misteri equatoriali!

Dopo aver tentato da 3 o 4 boutique ci giunge in soccorso un uomo che dice di conoscere un tizio che potrebbe avere quello che ci serve. Prendi la macchina, vai dall’altro lato della città, chiedi, ricevi il pezzo, ritorni in ufficio reclami a consegnare le foto stampate dalle 3 marabú, torni a casa, provi a montarlo, non è quello giusto. Sono le 12.45. Benvenuti in Africa. Il pranzo è una prova di coraggio. Sono le 14.45 e Marlise ha preparato il couscous con l’endolè, in una variante piccante. Fa un caldo che si muore, la donna ci guarda: “picca? Fa caldo?”. Siamo uomini duri: “nooo non picca, perché c’è il peperoncino? “ beviamo un litro d’acqua dopo aver pronunciato queste parole. Marlise se la gode sorridente nel vederci agoniare. Christian deve uscire, col ventre pieno di verdura infiammabile, sotto la canicola desertica, per andare a prendere suo figlio Natan a scuola. Buona fortuna fratello, sono con te! Mi chiedo se la donna non lo faccia apposta a torturarci così. Magari ha un lato sadico nascosto. Non saprei. È talmente amorevole che le si perdona tutto. La completa incapacità di organizzarsi, la totale mancanza di puntualità, le eccessive ed inutili quantità di cibo preparate, i discorsi testardi e incessanti nei quali, alla fine, ha ragione sempre e solo lei. È tipo una madre. Cioè ha ha una figlia, Danielle, quindi lo è a tutti gli effetti. E lo dimostra perché lavora con la convinzione di fare ciò che è meglio per te non essendo consapevole di non sapere affatto ciò che tu realmente desideri. Ma siccome le intenzioni sono buono tu non ti ci puoi arrabbiare. Puoi sgridare qualcuno perché lavora troppo e troppo bene? Paradossale! Ci ha messo tutti nel sacco. Non abbiamo speranze. Mi giro. Dorme con la testa appoggiata al tavolo. Sono le 16. Di sdraiarsi a letto non se ne parla, fa caldo. Preferisce dormire così, sotto l’aria del ventilatore, almeno quando si sveglia si ricorda che deve lavare i piatti! Ha un’aria così stanca. Decido di non disturbarla fino alle 17. Poi mi tocca fare la parte del colonizzatore maledetto, per il suo bene, altrimenti non finisce più di lavare i piatti e resta qui fino alle 2 di notte. Morale abbiamo cenato alle 21.30. Al buio. La corrente ci ha abbandonato qualche ora prima. L’acqua latita e la Bamilike instancabile si serve della scorta esterna attingendo il prezioso liquido dai bidoni all’esterno della maison. Io e Christian ci sediamo in giardino. La luna è meravigliosa e con l’assenza di elettricità guadagnamo un silenzio statico gradevolissimo, interrotto di tanto in tanto dalle voci dei grilli. Nessun bar e nessuna musica finto-latinoamericana potrà rubarmi quest’articolo di gioia. Finalmente Marlise ci saluta, è stanca! L’avreste mai detto? Stafania si unirà a noi verso le 23.50. Il ragazzo ha fame… meno male che la nostra domestica di fiducia ha preparato ndolè per 10 persone. Vedendolo mangiare non possiamo non aprire una lunghissima parentesi riguardante la cuoca. Il suo mondo provo di tempo, di collera, di urla, ci sembra lontanissimo. Chissà se è al corrente che qua fuori la gente ha da fare, lavora, prende i figli da scuola, ha fretta… forse lei non lo sa o forse non gliene importa nulla. Tanti sono gli aneddoti e ancor più gli interrogativi. Marlise saprà che ci si può svegliare prima per portarsi avanti? O che a metà pomeriggio potrebbe benissimo andare a casa e rientrare la sera per la cena visto che abita accanto a noi? Mah. Non ci resta che dubitare e argomentare e dubitare… chi la capisce è bravo! Le nostre 3 teste al momento non posso farcela, per quanto siano valide le ragioni addotte, il fortino glassato a colpi di amore e maternità che Marlise ha eretto attorno a se è inattaccabile. Cocciuta, testarda, orgogliosa, logorroica, adorabile, premurosa, dolce Marlise, quante sono le cose che non capiamo e mai capiremo di te! Potremmo scriverci un libro, magari tirando tardi una notte di primavera, sotto la luna piena. Certe notti, in cui recalcitranti sottraiamo le nostre palpebre al tocco di Morfeo, ci si può perdere in galassie di parole cosi coinvolgenti da farti dimenticare il tempo che, Infame, prosegue incessantemente il suo operato beffandosi di te nel ricordarti quanto velocemente è passato, solo quando è troppo tardi. Infatti sono le 3.46, bastardo!