12 febbraio – Viaggi dis-organizzati

Dopo una notte agitata dal fermento del viaggio, alle 7.15 penso bene di darmi una sistemata. Ho ancora qualcosa da mettere in valigia prima di dirmi pronto a partire.

Non c’è acqua, lavarsi la faccia è difficilino. Mi piego su me stesso in direzione del secchio, allungo le mani, le affondo nel liquido gelido e allungo il capo quasi a tuffarmi di testa nel recipiente. Un paio di strapazzate aiutano. Nascondo il grugno nell’asciugamano. Ho una fame da lupi. Ho proprio i crampi per l’appetito, non solo al ventre, ma anche al polpaccio sinistro. Devono essere in qualche modo collegati.

Mi dirigo in cucina. Palleggio il peso del corpo sui piedi scalzi. Faccio perno sul tallone destro, allungo il braccio, sposto la massa sula punta del sinistro, mi sporgo in avanti in direzione del caffè sullo scaffale, ancora un mezzo centimetro all’indietro, piede sinistro avanti di una piastrella e mezzo, estensione delle braccia, svitamento della caffettiera.

Mi serve dell’acqua potabile. Interrompo la mia mattonella tribale, corro velocemente in sala, afferro la bottiglia sul tavolo e ricomincio a “ballare” in cucina. Giù verso il basso per aprire la valvola della bombola di gas, di nuovo in alto, come se dovessi schivare le frecce a sorpresa di un tempio maya, mezzo giro a 180*, presa del cucchiaino, ritornare in posizione frontale rispetto al banco da lavoro. Versare il caffè nel minuto cratere, avvitare. Fiammiferi, apertura gas, fuoco, posa della moca sul fornello.

In questo mio sballottamento, nè l’idrogeno nè l’ossigeno sono bastati a lavare dal mio viso i segni della notte. Nello stato di veglia incosciente la mia mente non è soltanto occupata con la danza, un altro dilemma mi assilla.
Suor Nicole ha comprato per me una cassa d’acqua per il viaggio. Che fare?

Pesa, dovrei trasportarla dalla casa alla macchina (5 minuti a piedi), sono pigro, non è che avrei proprio voglia. In fondo però con quattro passi potrei caricarla in auto e non pensarci più. Che fatica, la lascio lì. Almeno una bottiglia la prendo.
Se mi porto dietro una bottiglia tanto vale viaggiare con tutta la cassa. In fin dei conti vado verso il deserto, l’acqua è come l’oro. Va beh dai ho capito, la porto.

Afferro il lembo di plastica della confezione e poso il tutto vicino all’ingresso, non vorrei mai dimenticarmela all’ultimo.
Bizzarro come certe piccole decisioni possano influire e condizionare il corso degli eventi della vita. Poi capirete cosa intendo. Mi gusto finalmente un caffè e attendo il buon Christian che, coerentemente con gli orari locali, si presenta alle 9.15. Avevamo appuntamento tra le 8 e le 9, puntualissimo. Si è fermato da Giulia a chiacchierare nell’attesa che sfornasse le nostre pizze per il viaggio.
Finalmente si parte. David viene a salutarmi. Chi gli darà ossi e prelibatezze in mia assenza? Mi piange il cuore. Manassè mi telefona. Ha visto il nostro pick up bianco dal giardino della scuola, voleva salutarmi. Mi sento in colpa avrei dovuto chiamarlo per un “arrivederci” come si deve. Non c’è nulla da temere, tornerò presto.
Può stare tranquillo, a breve saremo di nuovo insieme.

Più ci si allontana dalla città più le condizioni della strada peggiorano. Non è questione di evitare i buchi, è più che altro questione di saper scegliere i buchi giusti. Non si può fare altrimenti. Ogni botta è un dolore per il cuore. Christian agita la mano destra in una traiettoria circolare ad ogni sbalzo. Io che penso: “Ah, il semiasse!”. Il pick up soffre ma resiste. Non avrei mai pensato di poterlo dire, ma qui, si sta peggio che a Roma!
Dopo circa una mezz’oretta c’è da fare il cambio dell’olio. Ennesima battuta stile Jerry Calà 85′ per dire che “pisciar si deve”.

E’ l’occasione giusta per gonfiare le gomme della nostra Ferrari e bere un caffè. Mi sorprende constatare come i bar delle stazioni di servizio siano uguali ovunque. Non ci sono le barrette di cioccolato milka in Africa (l’importazione potrebbe essere un business), ma come in ogni Autogrill che si rispetti non mancano i frigoriferi con le bibite e gli alcolici, i dolciumi, i biscotti e le cicche. Avrei voglia di patatine ma non posso pretendere di trovarle a 6.600 km da casa. Vada per i Digestive. Ebbene sì, avranno la scritta in arabo, saranno confezionati diversamente, ma la sostanza rimane.

Mi presento alla cassa con il mio cappellino da pensionato sul capo. Vorrei questi e un bel caffè. Come lo voglio? Nero, amaro. Semplice. Scopro, mio rammarico, di non avere buon gusto in fatto di caffè manco per il ca**o. Infatti la brodaglia in polvere del Nescafè è a mio dire eccezionale. Si percepisce la tostatura dei grani, scende bene. Ma che sto a dì? Mi piace il caffè solubile, posso affermare di non esser più degno dell’appellativo di italiano d’ora in poi. Mordo il biscotto e sorseggio la bevanda calda, un senso di appagamento e soddisfazione ricoprono
i lineamenti del mio viso. Lentamente muto espressione.

Ad ogni masticata le labbra scendono di qualche millimetro verso il basso, le palpebre cominciano a tremare,
il solco di una goccia di sudore cala dalla basetta mancina. Biscotti ricchi di fibre e caffè della macchinetta… non è che mi viene il cagotto per strada?
Panico. Non ho mai sofferto di certe cose ma questo, a casa mia, si chiama andarsele a cercare! Sfortunatamente sono sprovvisto di intimo in ghisa per fronteggiare certe emergenze. Il dado è tratto, così Cesare soffrì nel passare il Rubicone.
E’ il destino di noi grandi,  farsela addosso è parte dell’ascesa. Avanti tutta, si riparte.

Di chilometro in chilometro la natura circostante mi affascina, il silenzio interrotto soltanto dal rumore del nostro mezzaccio mi rapisce. “Christian certo che il mondo è proprio diverso, io continuo a dire meraviglie di quella
che per te è soltanto la solita strada… il paesaggio qui è così distante da quello di casa mia!”. I neuroni mi si sciolgono. Voli pindarici decollano nei miei pensieri.
Il giorno in cui tutto questo sarà normale ai miei occhi, avrò ampliato le mie prospettive? Oppure avrò diminuito il numero delle cose capaci di sorprendermi, sacrificando lungo il tragitto una parte della mia ingenua curiosità? Viaggiare fa bene o disillude? Disilludersi è un bene? Il mio prode compare smorza l’ansia che dal nulla aveva trovato il modo, come sempre, di governare il timone della mia mente. “E’ normale, quando verrò in Italia anche io potrò stupirmi delle vostre strade pulite e dei vostri bei palazzi!”. “Oppure potrai restare deluso!” incalzo. Quando il mio didietro poggia su 4 gomme io mi sento davvero arrivato.

E’ bizzarro ma è come se la mia sede naturale, il posto tra tutti per me ideale a mettere radici, fosse un mezzo di trasporto. Quella magica sensazione di libertà che solo muoverti può dare è per me una dipendenza fortissima. Il solo obbiettivo è giungere a destinazione. Non ha impegni nel mezzo, non ci sono compiti da fare, lavori da sbrigare, email a cui rispondere, devi stare seduto e macinare strada, punto. Quest’obbligo ti alleggerisce da qualunque responsabilità esterna.

Inoltre stai veramente realizzando qualcosa di utile. Ti stai muovendo per essere dove hai previsto di andare. Nell’inerzia, col motore che lavora come un dannato, immerso in un tempo morto utile a riflettere, pensare, sconvolgersi, parlare, sei dove devi essere. Stai facendo ciò che ci si aspetta tu faccia.
Porti a casa un risultato, sei inattaccabile. Ti abbeveri di luci, colori, suoni, profumi e mondi in continuo dinamismo, perché devi farlo, non hai scelta, se vuoi giungere alla meta.

Mi sacrificherò.
Più che verso nord a me sembra di procedere all’indietro nel tempo, gli alberi si diradano di metro in metro.
L’oro del fieno si fa sempre più acceso, la terra sempre più rossa, i villaggi di fango con i loro tradizionali tetti in paglia sbucano qua e là da ogni parte. Donne con grandi secchi d’acqua marciano affaticate sotto il sole in una posa colma di dignità e d’orgoglio. Ci sono i cellulari, c’è l’asfalto e qualche segnale stradale, ma è sopravvissuta la tradizione, difesa con le unghie e con i denti da un popolo che non si è indebolito, non si è fatto del tutto abbagliare dai simulacri dell’occidente.

Gente che ha difeso la propria storia senza mai dimenticare, vuoi per necessità, vuoi per convenienza, vuoi per scelta, le proprie origini. Gli Africani non chiedono di essere americani o indiani o cinesi. Vorrebbero soltanto essere lasciati in
pace. Incivile o meno viaggiare scalzi, cucinare a legna, dormire in terra, a loro non pesa. Va bene così e non vedo perché qualcuno dovrebbe dissentire.

Dai blue jeans in poi noi italiani abbiamo cominciato a svendere la nostra cultura barattandola con stelle e strisce. Chiamiamola mancanza di personalità.
Sarebbe il caso di imparare qualcosina da chi ancora oggi ha la forza di scendere in campo e battersi per i propri diritti. Sotto alla polvere dell’Harmattan, dentro alle acquee dei fiumi, nei ruggiti dei leoni, dentro ai colpi di pistola o nel pianto dei bambini, in Africa si celano ancora forza e speranza.

Christian accosta. Una volta la macchina gli si è fermata proprio nei paraggi. Un meccanico lo ha aiutato a riparare il mezzo. Ha lasciato l’auto un mese qui prima di trovare il pezzo e riportare sull’asfalto il nostro macinino. Vuole fare un saluto al capo officina.
In quella occasione non solo offrirono soccorso trainando il pick up dalla strada alla rimessa, ma offrirono al mio caro energumeno anche un posto per dormire.
Il padre del meccanico in questione siede all’ombra di un albero di mango. Sgranchiamo le gambe, spariamo un paio di battute a raffica e rimontiamo in sella al nostro destriero gommato.

Qualche ora più tardi è la volta della pausa pizza. Sta volta all’ombra del mango ci piazziamo noi. Un paio di fette a testa, qualche gallone d’acqua giù per il gargarozzo e via ancora verso nord. “Se sei stanco guido io eh!”. La mano destra del mio amico si chiude, tutte le punte delle sue dita si toccano nello stesso istante, un movimento di polso verticale dal basso verso l’alto, italianissimo, mi comunica inequivocabilmente e in modo lapidario che, di lasciarmi il volante, non se ne parla. Occhei, la buttavo lì, era una battuta… Siamo concentrati, sazi, non abbiamo bisogno di riempire silenzi con stupide futilità, stiamo bene anche a bocca chiusa io e Chri, guardiamo avanti, con lo sguardo cerchiamo legna, carbone e magari un sacco di mais a buon prezzo da portare a casa.

La velocità consentita dalle condizioni del manto stradale varia tra i 60 e gli 80 km/h al massimo. Un gruppo di persone riunite sul lato destro della strada catturano il fuoco delle nostre pupille. “Si sono fatti male?” chiede Christian mentre accosta, “non saprei, vediamo se hanno bisogno di aiuto!”. Lasciamo il motore acceso e ci dirigiamo verso il luogo dell’incidente. Tre ragazzi in moto con un sacco di mais da 50kg si sono ribaltati. La gomma anteriore è esplosa per il peso eccessivo.
Due se la sono cavata con poco, chi stava alla guida è invece malconcio.

L’aura del mio grande amico nero si manifesta anche in questa occasione.
Sarà per la stazza, l’occhiale da ragioniere, il tono pacato, non me lo spiego ma Christian comincia a dare disposizioni sulla maniera di afferrare il ragazzo più malmesso per metterlo a sedere sul battistrada. Tutti obbediscono senza fiatare. Servirebbe dell’acqua. Acqua… mi torna, vogliono l’acqua… hey io ho delle bottiglie!
Mi giro di scatto e corro verso il veicolo, afferro il recipiente e torno indietro. Nelle tasche del mio gilet tintinnano le monete di resto del caffè. E’ sempre la solita storia, sono il Nassara con le tasche piene e le cose preziose. Mi vergogno, non leggo astio negli occhi di chi mi circonda, anzi penso di intravedere rispetto. Forse la mia sincera preoccupazione per il ferito ha colpito i cuori degli spettatori, non saprei.

Regalo la bottiglia, lo riaccompagneranno in ospedale con la moto, non chiedetemi in che maniera, non sta in piedi ma, a detta del mio autista, ce la farà benissimo. Chi l’avrebbe mai pensato stamane che le dannate bottiglie si sarebbero rivelate tanto preziose? Ma si tratta di un caso limite. Provate a pensare se per sbaglio ci si fosse bucata la gomma nel mezzo della torrida savana, una cassa d’acqua in più non avrebbe certo fatto male. Io però questo, appena sveglio, mica lo avevo considerato. Morale: la pigrizia a volte può uccidere! Bada bene Valeryo, sei sotto tiro!

Un uomo ha beneficiato di una scelta oculata. Una questione semplice per me, tanto cruciale per qualcun altro. Le nostre azioni e decisioni, spesso condizionano, nostro malgrado, le esistenze altrui. Meglio non prendere sottogamba niente.

Ansia.
Le sorprese non finiscono qui. Posto di blocco, 40 km all’arrivo. Il poliziotto chiede di mostrare i documenti “se ci va!”. Christian ribadisce: “certo, è il vostro lavoro, ci mancherebbe!” Come potete immaginare io vado sempre un po’ in panico davanti alle autorità o alle belle donne. Mi incasino, stra parlo, non faccio certo belle figure.
La guardia spulcia il mio passaporto, non trova il visto. Un suo collega attraversa la strada con un Kalashnikov in spalla. Apro bocca senza essere interrogato: “il visto è qui!”

E’ segnato 8 ottobre 2020 ed è valido per un anno, siamo nel 2021 è scaduto.
Questa la teoria dell’agente. Spiego che è stato vidimato nell’ottobre 2020 e vale dal mio primo giorno in Africa ovvero a partire dal 17 dicembre. Allora possiamo andare. “Valeryo un consiglio: quando la polizia ti ferma tu non dire mai nulla, resta in silenzio, se ti domandano qualcosa rispondi, lascia che si incasinino da soli, non aiutarli, non dire nulla di superfluo, non scherzare mai su nulla, qualunque cosa potrebbe essere usata contro di te per crearti problemi e domandarti dei soldi ingiustamente”.

Le forze dell’ordine qui hanno questo compito, creare rogne dove non ci sono per intascarsi delle mazzette. Messaggio ricevuto forte e chiaro.

Proseguiamo verso il ponte che attraversa il fiume Benue che mette in comunicazione il paese con la Nigeria. Ho la mia action-cam tra le mani, con un gesto rapido Chri la copre. Superiamo un poliziotto di guardia. Come mai è consigliabile non fare foto? Potrebbero inventarsi che è illegale immortalare la qualunque per estorcerti denaro ma non solo. Il ponte in questione è uno snodo fondamentale capace di mettere in comunicazione la regione nord con quella centro-meridionale, qualunque azione terroristica sospetta potrebbe mettere in allarme l’esercito in presidio per la salvaguardia della zona strategica.

In pratica ho rischiato di passare per un presunto bombarolo bianco. Polizia uguale non respirare. E’ facile, posso farcela.
Destinazione raggiunta.

Casa Cumse è spaziale, ha un giradino curatissimo e pulito da cui spuntano piante di mango, di anacardi, mandarini, limoni e pompelmo.
Il salone di ingresso è accogliente e arredato in stile afro. Una grande poltrona in corna di Zibù e cuoio troneggia nell’angolo sinistro dello spazio.
Donna Marlis ci attende ospitale. Ha preso l’acqua dalla riserva per farci lavare. Christian mi saluta, rientra dai suoi per la doccia, ci vedremo per cena.
Ho dimenticato la spugna a Marza. Mi sono alzato 3 ore prima dell’arrivo di Christian per rifare mentalmente l’inventario di tutto il necessario e sono riuscito a lasciarla appesa alla doccia. Che grande… pirla!

Marlis me ne acquisterà una domani al mercato. Chissà perché ma ho come l’impressione che di giorno in giorno
mi accorgerò della mancanza di tanti altri piccoli oggetti fondamentali. Non cambierò mai, ci rinuncio. Proprio appena sveglio stavo ascoltando, invece di pensare alle cose da portarmi, la discussione di un filosofo che parlava del delirio di onnipotenza derivante dal potere generatore delle donne le quali, essendo intelligenti e capaci, arrivano a volte a credere di poter mutare la natura maschile, la quale, per contro è di pietra impossibile da modellare.

Per farla breve: morirò scemo.
Dopo essermi “lavato” inizio a metabolizzare il concetto: sono giunto a Garoua. Finalmente. Tanti, troppi i progetti che mi incuriosiscono e mi stimolano si parano all’orizzonte.
Sto morendo di fame. Marlis mi taglia un pompelmo appena colto. Eccellente.
Rubo una splendida camicia dall’armadio del Pres, in fondo chiuse ed impolverate sono sprecate, meglio fargli fare un giro.
Christian passa a prendermi alle 18.30. Ristorante “Marquise”. Pollo al sugo, riso bianco, un paio di birrozze a cranio. Sono vivoooooo! C’è pure il wifi, posso aggiornare il software del telefono. Incredibile, mai avrei osato immaginare tanto.

10.000 CFA in due. 7 euro a testa per nutrirsi come dei pascià. Sarò capace di ingrassare nel 4 mondo? Non lo so, ma accetto la sfida!

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