8 gennaio – Possibili alleanze

Sta notte mi sono alzato per fare quello che nei film italiani trash anni ’80 è stato anche definito: ” il cambio dell’olio”.

Rido cercando di ricordare se ho veramente già sentito recitare questa battuta a Jerry Calà, Boldi o qualcun altro degli Yuppies.

Apro la porta del bagno con una pedata mentre poggio la mano destra sull’interruttore della luce. Balzo all’indietro percependo la sensazione di qualcosa che mi salta addosso. Colto totalmente impreparato, mollo un calcio
in aria di riflesso e l’infradito sinistra spara a razzo finendo quasi dentro al water. Il fatto che non ci sia caduta, anche se solo per un soffio, mi riempie di gioia per una frazione di secondo ma subito dopo riallaccio i pensieri e cerco di capire di che morte morire. Serpenti, blatte, ragni, pipistrelli, cani selvatici, millepiedi… cos’altro potrebbe mai…

Mi guardo intorno circospetto, mi sento osservato, ora che ci penso lo sfioramento è avvenuto all’altezza delle gambe, controlliamo la metratura del pavimento. A scanner i miei occhi si muovono sulle gambe, fino all’estremità degli alluci, un pezzo di piastrella, la porta. TIC TIC TIC TIC TIC. Le lancette del mio detector biologico (mai avuto) mi allarmano, salgo di qualche centimetro sulla superficie lignea dell’infisso e chi ti TROVO?

Due occhietti minuscoli e bianchi mi fissano inebetiti. Una ranocchietta di dimensioni microscopiche, dal colore biancastro/arancio mi punta sperando di passare inosservata. Con le creature codarde ho un certo feeling e poi, dopo tutta sta fauna, una cosina così può anche andarmi a genio. Afferro l’altra ciabatta, poso lo sguardo sul corpo inerme della bestiola.

Sono Nerone al Colosseo, pollice in su per la vita, pollice in giù per condannare a morte. Sono padrone del tuo destino mia piccola amica. Certo che c’è dell’ironia, passi qualche settimana a scorrazzare libero nei fluidi come un girino fuori classe, per poi completare il tuo ciclo vitale spiaccicato su una porta grigio ospedale da una ciabatta di plastica.

Ho deciso, oggi daremo una svolta all’umorismo inglese dell’esistenza.
Ribalteremo le carte in tavola e lasceremo che il fato ci mostri cosa ha in serbo per noi. Pollice in su, vivi mia saltellante amichetta. Appoggio dolcemente la calzatura al sederino dell’anfibio che, quasi di malavoglia (pensa te, l’ho pure graziata) compie un balzello in avanti. La guardo e penso “fanne un altro va…”. Stessa scena e oplà, balzello.

Espletati i miei doveri fisiologici richiudo la porta. Però, certo che una rana come animaletto domestico non sarebbe male, potrei accomodarle un posticino sulla libreria. Ma dovrei nutrirla. Che cosa mangiano le rane? “L’alimentazione è basata sul consumo di insetti, vermi, grilli, mosche, moscerini, larve”… Potrei aver trovato un potente alleato contro le zanzare e, dunque, anche contro l’insonnia e la malaria. Ovviamente ho già una zanzariera, ma vuoi mettere la fatica e la noia di doverla installare, contro la gioia di crescere ed addestrare una rana killer professionista al mio servizio?

Controllo di aver chiuso bene la porta del bagno, voglio che rimanga qui ancora per un po’, spero di ritrovarla, vorrei portarle qualche dono amicale (un paio di mosche o magari una blatta).

Mi sveglio alle sei con tutte le buone intenzioni di ripresentarmi alla casa delle ragazze per ripetere le fotografie. Spiego a Clarisse che sarebbe bello provare a catturare la loro entrata a scuola, con zaino e divisa. Non se ne parla. Non ho considerato quanto potrebbe essere imbarazzante farsi accompagnare da un bianco a scuola per un servizio fotografico. Non ha mica tutti i torti, anzi.

Le chiedo un consiglio, dice che devo decidere da me. Grazie, odio ogni tipo di responsabilità, ma molto gentile, davvero! Decido quindi che è meglio parlarne con suor Nicole. Spero che ponderi al posto mio ancora una volta.
Intanto assisto ad una scena bizzarra, Clarisse prima di salutare le ragazze, esige che ognuna di loro faccia bella mostra della Bic. Per quale motivo?

E’ facile, mi spiega infatti che, le signorinelle, con la scusa di essersi “dimenticate” la penna a casa tornano da scuola senza manco mezzo appunto.
Non succede sempre, ma prevenire è meglio che curare. In quel momento ho dipinto sul volto della responsabile (Clarisse) un magnifico disappunto. Sono infatti entusiasta, la trovo una buona mossa.

Ricordo ancora con nostalgia quei meravigliosi 16 anni in cui, con più sogni di quanti capelli avessi in testa (chi mi conosce sa che non erano pochi), dimenticavo a casa l’astuccio, il diario, lo sbianchetto, i libri di testo. Ah che grandiose forme di sovversione sanno esercitare gli adolescenti. Pacifici e sorridenti si fanno beffe di tutti i regolamenti senza battere ciglio, con una spontaneità da far invidia ai boccioli freschi in primavera.

Ribellioni non violente di ogni tipo. La sigaretta sulle scale antincendio prima dell’estenuante 6* ora, appoggiati di spalle con la suola della scarpa al muro per lasciare il segno del proprio passaggio esattamente sotto il divieto di fumo. Le chiavi dell’ascensore clonate ai bidelli per recuperare qualche secondo in caso di ritardo o per evitare di fare troppe rampe al rientro dall’intervallo, i bigini nella tasca dei jeans da consultare nascosti come dei rifugiati di guerra nei bagni. Le versioni di latino inviate su tutti i cellulari e potrei andare avanti per ore.

Poi il suono liberatorio della campanella, come alle corse dei cani quando si aprono i cancelli, giù alla maniera dei levrieri affamati violando ogni divieto di corsa per i corridoi.
C’era gente (io ero uno di quelli) che, se avesse potuto, si sarebbe infilato la pettorina da maratoneta 5 minuti prima del magico “DRIIIN”, magari facendo un po’ di stretching.

Rapito da questa carrellata di pubertà e amori non corrisposti, mentre vago nei meandri della mia gioventù Clarisse mi invita ad entrare. Deve cucire un vestito. Mi metto a fissarla mentre fa ondeggiare il pedale della macchina da cucire. Le spiego che ho intenzione di fissarla e metterle ansia fin quando non avrò capito bene come funge l’antifona.

Si interrompe e, sia per quieto vivere che per la propria serenità, decide di illustrarmi i vari meccanismi dell’antiquato marchingegno rigorosamente made in China. La risposta alla domanda successiva è No. Non mi insegnerà a cucire. Le spiego che so già rammendare i calzini. Non sente ragioni, non è cosa.

Peccato, è lei che ci perde. Sarei stato un grande dell’alta moda, me lo sento. D’altro canto, non penso che il mondo abbia bisogno di ulteriori suggerimenti in fatto di cattivo gusto, perciò desisto.
Da qui in poi si apre una conversazione filosofica di cui riporterò solo pochi spunti. A voi la palla con tutte le responsabilità connesse.

Raccolgo da terra un temperino rotto. Clarisse mi chiede di che si tratta. “Era un temperino”, rispondo. “Perchè usi il passato?” incalza “ora che è rotto non lo è più?”. Rifletto sperando di trovare una risposta degna della domanda guardando il pavimento. In terra non c’è scritto niente. Purtroppo mi tocca usare il cervello.
Clarisse continua “a cosa serviva? Ora che è rotto invece a cosa serve? Se ti tagliassero un braccio smetteresti di essere un essere umano?”

Urca, io mica ci volevo finire in questo casino, cos’è che ho sbagliato? La mamma me lo ha ripetuto dal terzo giorno in cui son nato in avanti “non raccogliere le cose da terra!” perché diamine non ascolto mai?!
Ma a cosa serve un temperino? Adesso che è rotto poi? EUREKA. Replico: “un temperino normalmente serve ad appuntire una matita o un pastello, questo, che è rotto, può affilare molte più cose, forse è ancora più utile di prima, d’altra parte un uomo, anche senza un braccio, continua ad essere ciò che è finché la sua mente lo sostiene. Lo scopo di questo temperino è cambiato. Di questo sono certo, credo nel cambiamento. Sia delle cose che delle persone.
Tutti noi evolviamo, talvolta anche in meglio. Hai ragione, questo non era, bensì è ancora un temperino!”

Diciamo che, per una semplice questione di genere, la mia interlocutrice non si aspettava una risposta sensata.
Del resto si sa, noi uomini non sempre diamo sfoggio di chissà quale acume. La storia parla al posto nostro. Il 99% dei leader politici sono stati maschi negli ultimi secoli ed il risultato non mi pare soddisfacente. Penso di aver parato bene il colpo. Voi che ne dite?

La giornata, dopo queste autentiche meditazioni binarie, scorre serena. Più o meno. Soumaya è in vena di canti e di balli. Va in cucina afferra la scatola di fiammiferi e, per la mia serenità mentale e miocardica, ne impugna uno continuando insistentemente a sfregarne la capocchia sul ruvido della confezione. All’improvviso quello si accende e la piccola si scotta. Niente di grave.

La bombola accanto a lei non è esplosa. Susu è una tipa svelta, non piange per lo spavento, comprende di essersi un po’ bruciacchiata, tutta colpa dei fiammiferi. Dopo aver fissato il contenitore con un piglio parecchio contrariato
carica un lancio degno Babe Route e la scaglia fuori dalla porta della cucina. Tremenda vendetta!

Lezione di francese, Joseph (per gli amici Jojo) si è presentato puntuale anche oggi. Gli avevo consegnato il mio quaderno senza capirne bene la ragione, sono superficiale, mi limito ad assecondare le richieste senza indagare troppo, anche per pigrizia. Scopro così che il mio maestro a casa ha ricopiato a penna degli esercizi con l’intento di farmeli eseguire nella lezione odierna. Altro che fotocopiatrice. Il minimo che possa fare per tributare l’usura del suo polso è impegnarmi al massimo.

In tutto ciò ancora non ho idea di dove sia la mia amata ranocchietta, dopo l’ennesima vana perlustrazione del bagno mi tocca usare l’ingegno.

Lascerò la porta socchiusa e attenderò con la torcia nel silenzio della notte, la tentazione di fare capolino per usmare un po’ di libertà non tarderà ad arrivare. Sarà allora che tenterò di catturarla, qualcuno sa mica come si acchiappa una rana???