27 gennaio – Lavaggio a secchio

Il brillante gioco di parole che caratterizza la puntata di oggi non è casuale. Non c’è acqua neanche a pagarla!

Jacob ha fatto partire il generatore a gasolio per avviare la pompa idrica, ma invano. Alle 7 dunque sono a secco. La busta dei panni sporchi è sempre più piena. Dovrò intervenire, me lo sento.

Suor Nicole viene a trovarmi verso le 8 per discutere il programma settimanale. Mi intrattiene giusto un’oretta, insieme a lei, c’è quel ganzo di Noa a tenerci compagnia. Sono le 9 spaccate, ho appuntamento con Sophie, la mia ricerca sul campo riguardante la condizione femminile nel paese è solo all’inizio.
Ho bisogno di conoscere un po’ della sua storia perché voglio tentare di trovare degli elementi comuni nelle vite delle varie donne emancipate che incontro.

Chissà che non venga fuori qualcosa di utile per instradare le giovani donnine della maison a seguire l’esempio. Il passato della mia interlocutrice è molto differente da quello di Claris, rispetto a quest’ultima, lei è congolese, pur essendo figlia di padre musulmano e quindi poligamo, sua madre si è sposata a 26 anni. Inoltre molte ragazze oggigiorno nel suo paese natio hanno la possibilità di continuare gli studi anche dopo il matrimonio.

Nonostante le diversità scopro l’acqua calda. Entrambe hanno viaggiato molto durante la loro infanzia. Claris all’interno del Camerun, Sophie invece un po’ in tutta l’Africa. Questo nomadismo ha concesso loro di conoscere e confrontare diversi usi e costumi, oggi sono ben istruite ed economicamente indipendenti, coincidenze? Io non credo.

La nostra discussione devia sulle varie tribù presenti a Ngaoundéré, sono veramente affascinato ed incuriosito dagli aspetti antropologici nascosti dentro le trame del tessuto sociale. Una delle etnie più grandi presenti nell’Adamaoua è quella dei Baya (premetto subito che i nomi possono essere sicuramente scritti in altra maniera), abbiamo già parlato degli Mbororo (clan di cui è parte anche Soumaya) dalla carnagione più chiara rispetto al pigmento della gente del nord, nero pece. Fulbè (altrimenti detti Poul) sono misti, possono avere carnagione più o meno scura e per riconoscerli serve osservare i lineamenti del viso.

Verso sud, vicino a Yaoundè, uno dei più diffusi gruppi tribali è quello dei Bamilikè, nati e cresciuti da sempre con un grande senso del pudore, a differenza dei Bessà, situati nella stessa zona ma di tutt’altra pasta, notoriamente violenti
e attaccabrighe.
La mia attenzione è catturata dai Betì. La condizione femminile in questa tribù è segnata da un rituale particolare: prima che la donna possa sposarsi andando a vivere nella casa del futuro marito, è costretta ad avere un rapporto sessuale con un partner, volendo anche casuale.

Lo scopo è quello di partorire un figlio nella casa paterna, il quale verrà accudito dalla famiglia, solo allora la donna potrà maritarsi e lasciare le mura natie.
In partica i padri Betì chiedono un neonato alle proprie figlie come souvenir d’addio. Un tantino pretenzioso non vi pare? Un capriccio tipicamente maschile.

Ricordo che da piccolo, quando venivo invitato ad una festa di compleanno e dovevo andare a comperare un regalo per il festeggiato, esigevo che si acquistasse un regalo anche per me. “O l’uno o l’altro!” una tremenda lezione imparata a 5 anni. Scelsi il regalo per me e saltai la festa…Ho detto tutto.

I capifamiglia Betì invece, hanno saputo ovviare il problema, consolidando in secoli di storia, un uso integralmente a loro vantaggio. Pensate che bello essere il prescelto per l’amplesso. Tu, giovane Betì cammini per strada e passi per caso davanti all’abitazione giusta. Il padre ha appena saputo che la figlia intende sposarsi, esce sulla soglia, ti chiama: “tu tizio, vieni qui, c’è da mettere incinta mia figlia, vuole sposarsi la scema!”. Metti che quel tizio sono io?

Com’era il detto? “Paese che vai, usanze che trovi”… siamo sicuri? Soprattutto anticamente un figlio in più significava avere presto braccia buone per il lavoro e quindi il sostegno del nucleo familiare. Gli uomini Betì quindi, prima di perdere due braccia esperte e ben robuste, rimpiazzavano la lacuna con un nuovo nato.
Terminato il nostro approfondimento strappo a Sophie una promessa, mi troverà degli anziani di diverse tribù con cui parlare per poter scrivere e ascoltare le origini, le usanze e i mutamenti delle antiche etnie del paese. Sua madre ad esempio, il padre di Jojo e molti altri ancora!

Non mi resta che tornare a casa per il pranzo e giocare come un pazzo con la mia adorata Soumaya. Godyene mi propone un frutto esotico mai visto prima dall’aspetto inquietante, sembra un pancreas con le spine. “Si chiama Kerasol” mi dice (scritto diversamente perché su Google in questo modo non mi esce nulla). Ha il nome di un farmaco… non mi ispira.
Non a caso fa molto bene alla salute. Ma sarà buono?

Godyene ne prende una fetta, Soumaya pure (incredibilmente le piace), io per onore della compagnia cerco di avvicinare lo spicchio alla bocca. Mi fermo un attimo. Lo guardo. Sempre Godyene:“anche se sembra marcio, non lo è, questo è il suo normale aspetto!”. Namo bene. Ora si che ho proprio il desiderio di gustarlo, grazie per l’incoraggiamento.

Ha un sapore acido abbastanza orribile, ma chi me lo ha fatto fare? Forse l’orgoglio, segnato nel vivo alla vista di una bimba di 2 anni mangiarlo senza fare storie. Preferisco lasciarmi il beneficio del dubbio.

Dopo pranzo me ne sto quatto quatto in soggiorno, intravedo Rosalie passare davanti alla casa. Ha due secchi in mano, all’interno dei quali vedo spuntare i bordi della divisa scolastica. Non c’è acqua, che lavi i panni al pozzo? Risposta affermativa. La esorto a fermarsi, recupero i miei 4 stracci e la seguo.

Avere un po’ di compagnia in questi casi è un bromuro per il cuore. La mia pigrizia uccide qualsiasi voglia di fare, trovarsi altra gente intorno sulla stessa barca da consolazione. Un po’ come quando vai in biblioteca a “studiare”. Lì per lì tutto faresti meno che quello, poi però la ragazza carina e diligente seduta di fronte comincia a consumare volumi mastodontici e allora, per atteggiarti, metti una mano sul mento e cominci ad addentrarti nelle tue materie.

Le dinamiche per me si svolgevano così: o non mi accorgevo di quando se ne andava perché preso/addormentato dal libro, o il suo ragazzo si sedeva proprio nel posto che lei gli aveva riservato gentilmente accanto. Il finale però era sempre lo stesso, tornavo a casa da solo. Qui quanto meno ho compagnia!

Rosalie (12 anni) mi prende in giro dato che non sono capace di tirar su l’acqua dal pozzo. Intestardito tento un paio di volte e alla terza riesco finalmente a recuperare un secchio degno di questo nome.
Yves (8 anni circa) mi spiega come usare la saponetta, è importante passarla bene sulle macchie prima di sfregare. Mostro il risultato. I miei calzini bianchi sono quasi tornati al loro colore originale, è già qualcosa.

Ridono… forse non sono proprio pulitissimi. A mio parere sono migliorato nella fase di lavaggio. Presento ancora qualche lacuna sul versante risciacquo. Non credo di aver fatto ben uscire il sapone dai tessuti e, quando arriva il momento di stendere la biancheria, percepisco al tatto come una sensazione di unto poco rassicurante. Massì… i 32 gradi del sole equatoriale seccheranno questo ed altro, che vuoi che sia!

Manassè mi chiede di unirmi a lui per una partita di pallone, infilzo le scarpe e mi precipito a giocare. Soumaya vuole la palla tutta per sé, Noa gliela ruba di mano, la signorinella abituata a primeggiare scoppia a piangere. Continuerà così per il resto della giornata. Quando si mette in testa qualcosa è instancabile.
Noi invece, per nulla toccati dai capricci egoisti della nostra principessina, ci barcameniamo in una disordinatissima competizione calcistica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Godyene prova a tirare, la sfera mi passa a 2 millimetri dal naso, abbasso il cranio di riflesso ed evito la commozione celebrale, c’è mancato un pelo. La mia forte amica congolese scoppia a ridere.
Potevo morire ma va beh, tranquilla… nvedi questa! Tiro io. Becco Soumaya in pieno, fortuna che mi sono trattenuto, nulla di grave, anzi ha smesso di piangere. Incredibile! Avrò schiacciato qualche tasto, come quei bambolotti di una volta che si zittivano se gli davi il ciuccio.

Forse vi chiederete il motivo per cui possiedo tali informazioni.
No, non giocavo con le bambole, mi spiace deludervi, nessun passato deviato, mia madre ne aveva uno nella vetrina del suo negozio, il quale è durato finché io a 10 anni non l’ho utilizzato come manichino per imitare i lottatori di wrestling. 619, Rey Mysterio, Eddie Guerrero, Nunzio!

Chi NON è nato negli anni 90′ leggerà questi riferimenti con indifferenza, tutti gli altri verseranno una lacrima nostalgica. Manassè intanto ha deciso di cambiare sport. Prende un bidone per l’acqua vuoto e lo piazza su un tavolo davanti all’ingresso di casa sua: è tempo di Basket!

Sarà che sono di parte preferendolo di gran lunga al calcio, sarà che vengo da Cantù, ma noto che questa disciplina comporta un mutamento fenomenale nella condotta dei bimbi. Tutti vogliono provare a tirare, la conquista della palla è una lotta, nessuno palleggia, chi sgomita, chi corre, è una ressa continua, io trovo il tutto meraviglioso. Manassè dall’alto del suo metro e 90 allunga un arto e recupera la sfera. Noa, nonostante i suoi 60 cm di altezza, fa comunque notare l’esigenza di schiacciare. Io lo prendo in braccio, Manassè passa l’assist ed è (Slam) Dunk [altro amarcord anni 90′!].

La luna è quasi completamente piena, di tanto in tanto, il pallone lanciato per aria dai bimbi sperduti la eclissa per un’istante, pipistrelli e corvi riprendono la conquista del cielo notturno. E’ ora di cena, tutti i piccoli vengono richiamati all’ordine, noi grandi, invece, necessitiamo di una doccia.

Sono impolverato da capo a piedi, mi sento sudato e appiccicaticcio. Poco importa se l’acqua non scende dal doccino. Ho riempito i secchi al pozzo, non posso più esimermi dal darmi una ripulita come si deve. Per la prima volta entro in bagno scalzo, il desiderio di lavarmi supera persino la mia schizzinosa ritrosia al camminare senza infradito. Lavarsi in questo modo è decisamente un’operazione scomoda, ma ne vale la pena.

Prima di coricarmi dovrei ritirare i panni, in tre ore stesi al sole sono già praticamente asciutti. La sensazione di unto lasciata dal sapone è sparita, in compenso sembrano essere diventati di cartone. Com’è che avevo detto? “Cosa vuoi che sia?”

Grande Vale… bene così, vedremo domani quando per infilarti una maglietta avrai bisogno del flessibile… parlo in terza persona, meglio farsi una dormita.