14 gennaio – Invasione di campo

La sveglia ha tuonato impietosa alle 6 del mattino. Anche oggi. Come sempre.

Generalmente dormo 6 ore per notte, qui 8 non mi bastano e non so dirvi se sia un bene o un male. Lo scoprirò col passare del tempo. Devo scattare le ultime fotografie per completare la raccolta da allegare al documento relativo alle ragazze.
Mi metto a leggiucchiare una cosa interessante, si fanno le 6.39. Recidivo!

Corro fuori di casa con mezza banana in bocca, le scarpe slacciate e un pugno di arachidi nella mano sinistra.
Le ragazze mi stavano aspettando. Saranno loro ad indicarmi i volti di quelle che ancora non conosco.
La scuola inizia alle 8.

No, aspettate un attimo, a che ora inizia? Alle 8? Ma perché? Perché pur abitando a 1 minuto di strada dall’edificio vi alzate alle 6 e arrivate alle 7 meno un quarto? Vi fa schifo la vita forse? Ebbene… le mie frustrazioni vengono immediatamente placate da una spiegazione ancora più irrazionale per quanto valida. Nessuno ha intenzione di arrivare in ritardo.

La punizione per coloro che varcano il cancello dopo le 7.30 prevede: ramazzare l’immenso cortile del complesso scolastico con uno scopino manuale capace di costringerti a stare vessato a faccia in giù per diverse ore prima che tu possa terminare l’opera. Tutto ciò rigorosamente al mattino presto.
La disciplina quasi militare, pur schifandola, posso comprenderla nel caso in cui uno studente si presenti qualche minuto dopo l’inizio delle lezioni. Ma che si debba subire tale ingiuria per non essere arrivato con 15 minuti di anticipo mi pare un tantino esagerato!

Ah già, vero che siamo in Africa, c’è il fuso orario: “prevenire è meglio che curare” qui diventa un monito marmoreo!
Il preside della scuola del resto si chiama padre Adolf. Coincidenze? Io non credo.

Alle 7.00 si issa la bandiera del Camerun. O meglio uno studente se ne occupa con rigore cameratesco. Le ragazze mi invitano a tenere una postura retta e composta. Faccio come Garibaldi, OBBEDISCO!
Tutti gli studenti nei paraggi si fermano per un istante: saluto bellico, riposo! Si riprende a ridere e scherzare. Per me è pura fantascienza.

Da qualche giorno nell’accompagnare le ragazze varco la soglia della scuola senza minimamente preoccuparmi della possibilità che padre Adolf voglia quantomeno essere al corrente della mia presenza nel suo territorio. Solo ora, osservando l’ordine di regime che regna nell’aria, mi pongo la domanda. E’ strano come certe questioni sorgano nella nostra mente nei momenti più disparati.

Per esempio in questo caso, mentre mi auguro in cuor mio di non aver calpestato le trame invisibili della gerarchia (non sarebbe la prima volta), sono in posa a mo’ di Pulcinella pronto a farmi immortalare con le mie nuove amiche. Del resto devo collezionare preziosi contenuti multimediali per il mio adorato blog, mica posso esimermi da certe figure!
Distolgo lo sguardo per un momento dall’obbiettivo e, dietro, poco lontano la figura di un uomo fuori fuoco va via via definendosi nelle mie pupille. Ovviamente è padre Adolf.

Mi ricordo di quella volta in cui in prima o seconda elementare ho parlato male della maestra per una decina di minuti buoni prima di accorgermi, dal silenzio generale dei miei compagni che avevano tutti smesso di ridere, di averla dietro le spalle. La sensazione di smarrimento e vergogna che provai allora non è servita, date le circostanze, ad insegnarmi una preziosa lezione.

Cerco di assumere la posa più professionale e seria di cui dispongo, degna di un rappresentante del governo italiano all’estero. Ma chi voglio prendere in giro, il danno è fatto! Padre Adolf si sforza di sorvolare anche se, rispetto all’espressione del viso, le sue sopracciglia fanno cortocircuito.
Spiego che sto raccogliendo materiale utile per un dossier che ci permetterà di indire una raccolta fondi al fine di finanziare gli studi delle ragazze del centro al college. “Spero davvero di fare qualcosa di utile!” incalzo. Sorride, mi dà la sua benedizione e mi augura buon lavoro. Ringrazio con melensa riverenza.

Lo so, nella sua mente starà pensando qualcosa tipo: “cosa ho fatto di male per ritrovarmi questo mix tra un nassara e un pagliaccio in cortile di prima mattina?“. Ehm… chi glielo dice che sono 3 giorni che mi spingo oltre il cancello di ingresso senza chiedere l’autorizzazione e che ho preso il numero di Friederich, (troppo simpatico) che in teoria dovrebbe essere l’addetto alla sicurezza e che, mai una volta, mi ha controllato col detector? Magari lo sa già, ho paura!

Meglio tacere e non farsi vedere mai più, almeno non clandestinamente. Non voglio avere sulla coscienza il posto di lavoro di quel bravo ragazzo, né tantomeno ho intenzione di spazzare l’immenso campo antistante alla scuola.

Rientrato a casa suor Nicole ha bisogno di vedermi. Discutiamo di alcune questioni logistico-burocratiche (vi piace come ve l’ho messa? Proprio come quei manager strapagati per fare niente che parlano del nulla come se fosse un lavoro difficilissimo!). Mi infilo a casa delle ragazze, vorrei tormentare un po’ quella bontempona, super severa, di Claris.

Filomena è intenta a pulire le foglie di moringa per la cena, Claris mi mette a lavoro. Provo a sminuzzare le foglie con la mia tecnica ninja ancora da affinare. Le fanciulle temono che io possa tranciarmi la mano vista la mancanza di praticità penosa di cui faccio sfoggio.
Suscito desolazione nei cuori delle spettatrici, le quali, gentilmente,  cominciano a chiamarmi “uomo bianco” (non Nassara eh, proprio “white man”). Che fine ha fatto Valeryo, qualcuno lo ha visto?

Vorrei avere modo di rimediare. Per compassione mi viene affidata la mansione di setacciare le arachidi. Non so nemmeno quali siano quelle guaste: namo bene!
Filomena mi spiega sorvegliando il mio svogliato e pigro operato. Ho saputo poi che Claris, donna di poca fede, le ha chiesto di ricontrollarle.

Fuggo a casa a gambe levate. E’ quasi ora di pranzo. Mi chiama Mohamed, esatto proprio lui, l’autista che ieri mi spiegava di quanto fosse utile investire i cani randagi.
Quanto mai gli ho dato il numero. Mi chiama perché vuole sapere come si dice “buongiorno, buonasera e donna” in italiano. Ma io dico, non ci son soldi per il pane e spendiamo 150 franchi per ste fandonie? Valla a capire la gente. Oggi mi ha chiamato 3 volte. No, ditemi voi, io mi arrendo.

Suor Nicole viene a trovarmi per chiarire dei dettagli secondari (che stile la lingua del marketing, pazzesco!).
Prima di attaccare con le fauci veraci le mie libagioni ho una missione. Ci sono altre due donzelle che devo tenere da conto nell’elenco. Si tratta di Miriam ed Elizabeth, l’anno prossimo passeranno al College, si dovrà dunque provvedere alle spese anche per i loro studi. Corro verso la scuola primaria, qui gioco in casa, il mio maestro Jojo è un ottimo aggancio per ottenere l’autorizzazione ad entrare (non che l’abbia chiesta, ma nel caso…) e immortalare un paio di scatti.

Il pranzo me lo sono guadagnato:  questo è quello che racconto a me stesso per non sentirmi troppo in colpa nel gustare i manicaretti di Godyene.
Anche il pomeriggio scorre veloce. Ho un appuntamento con Marcelin, sapete vanno rettificati alcuni macro punti edili. (Mi diverto troppo a parlare così). In verità Marcelin vuole costruire dei muri forniti di zanzariere chiudendo la veranda, il mio luogo preferito. Questo mi permetterà di utilizzarla anche la sera nonostante gli insetti. L’idea non mi va affatto. Preferisco godermi l’ambiente nelle ore di luce, piuttosto che vivere in una mezza prigione. Poco male, i muri son fatti di fango, nel caso ne butto giù qualcuno. Decido di godermi gli ultimi giorni di libertà e lo attendo all’esterno.

Counsulate e Uma mi corrono incontro. Adagiano i loro esili corpicini sui gradoni dell’entrata e iniziano a chiacchierare con me. Avevo giusto giusto voglia di compagnia!
Mi chiedono quando faremo ancora ginnastica insieme. Venerdì dopo la scuola, promesso. Nel mentre ho inviato il mio personale emissario al mercato, Manassè, per l’acquisto di un pallone da calcio. I miei messaggeri mi dicono che il prode generale ha ben portato a termine il suo compito. Domani grande torneo.
Del resto si sa, per placare la plebe servono pane et circensem. Noi imperatori siamo dei maestri dell’intrattenimento. Devo aver fatto confusione tra neri e Nerone…un attimo di smarrimento, chiedo venia.

Marcelin arriva in concomitanza con Jojo. L’uno prende appunti e misure per costruire la gabbia, l’altro attacca con i verbi del terzo gruppo, la cui pronuncia per me è abbastanza disturbante. Nel mentre un messaggio di Claris mi invita a passare dalle ragazze per una partita di Sarakè (così si chiama il primo gioco di cui vi ho parlato ieri) e un piatto di moringa. Come rifiutare! Aisha estrae un giornale di moda e mi mostra le case spaziali in cui vorrebbe vivere, Diane sogna di comprare un Rolex, Marie mi chiede cosa ne penso delle modelle: sono magre come un chiodo, nessuna di loro mostra i denti quando sorride, insomma troppo algide per il sottoscritto (sono un nostalgico rimango per la Loren e la Cardinale).

Larissa mi rivela che tutte le treccine in capo alle piccole donne sono opera sua. Quali preferisco? Se avessi i capelli le farebbe anche a me, genetica infame! La notizia del mio segreto desiderio di avere le treccine nere fomenta una fragorosa risata.
Tra un gioco e l’altro mi chiama ancora Mohamed, con tutto il bene, BASTA! Prima di coricarsi Claris ha l’abitudine di far pregare il gruppo, mi invitano ad unirmi, lo faccio volentieri. Come d’uso, i canti e le melodie accompagnano le formule rituali. Il rosario tocca delle dinamiche impensabili dalle nostre parti.

Sarà il profondo blu del cielo che sovrasta la corte interna della casa, saranno le stelle che appaiono più grandi, sarà la leggera brezza serale che distende i miei nervi, saranno le ugole dorate di queste talentuose donnine, sarà che, come i bambini, se voglio mi diverto con poco (ammesso che tutto questo sia poco, per me non lo è), che posso dire, anche oggi non presento rimostranze.