25 gennaio – Immeritato riposo

Ho pochi stimoli. Arrivo da una serata spaziale e nessuno mi ha dato un programma da seguire.

Solo tante buone intenzioni, una dose dei miei principi e un po’ di buona volontà, ma manca la determinazione, lo spirito di iniziativa imprenditoriale, manca il fanciullino interiore milanese a spronarmi per il fatturato!
Mi sono alzato alle 7 senza alcun obiettivo. Chiariamoci, avrei mille cose da fare, ma nessuno le ha messe in una lista e casualmente la mia pigrizia non riesce proprio a farmene venire in mente qualcuna. Potrei iniziare la conta delle piante!

Però ho ancora in ballo delle questioni sul progetto delle ragazze. Meglio chiudere un capitolo prima di iniziarne un altro (volendo potete trovare questa e altre scuse buone nel mio prossimo libro: “come evitare il lavoro a piè pari”).
Sono le 8. Facciamo che mi alzo… qua la vita comincia alle 6, per i tempi africani è come se mi fossi alzato alle 10. C’era forse la messa oggi? Boh.
La domenica leggono il programma della settimana ma io puntualmente lo rimuovo 3 secondi dopo averlo ascoltato.
Troppe sono le cose inutili che il mio cervello deve custodire gelosamente, ergo mi tocca sopprimere buona parte delle informazioni essenziali per partecipare alla vita sociale di qui. Mi sa che dalla settimana prossima porto carta e penna per appuntarmi gli impegni di calendario, forse sarà il caso!

Suor Nicole è via per una riunione importante, come si dice un po’ ovunque: quando il gatto non c’è i topi ballano. Non ho supervisori, sta tutto alla mia autodisciplina! E’ dura ragazzi, dico davvero. Valeryo devi reagire, non fare l’immorale, c’è gente che lavora sul serio, duramente, ogni giorno. Ok, il mio grillo parlante ha ragione!

Esco di casa e mi dirigo da Claris. Forse può aiutarmi a chiarire alcuni dubbi sulla posizione della donna all’interno del paese. Mal che vada sarà lei a trovarmi un’occupazione, in questo è molto brava. Sono parecchie le domande irrisolte che mi perplimono.

Punto primo qui chi paga la dote a chi? Il Camerun è da sempre basato su una società patriarcale. Avere una figlia femmina, in un certo senso, consiste in un privilegio… per il padre. E’ infatti il futuro sposo, con l’aiuto della famiglia, a dover pagare una dote per poter avere in moglie la giovane donna.
Dico giovane perché a questo problema si aggiunge quello del matrimonio precoce. Non solo le ragazze nascono con l’idea che il loro destino sia già segnato da un futuro in famiglia, con un uomo sconosciuto, spesso e volentieri anche molto più grande di loro, inoltre al momento della cerimonia, nella maggioranza dei casi, si tratta di ragazze di età pari o poco superiore ai 14 anni.

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Quando si è padri di una femmina si attende la proposta più vantaggiosa: alcuni chiedono il saldo di debiti pregressi, altri soldi contanti, altri animali da lavoro. Dopodiché si indirizza la fanciulla al mittente. Quello è il momento in cui la vita di una giovane viene rivoluzionato completamente. Nessun segno di protesta, c’è spazio solo per la remissione e l’accettazione, nella speranza che il futuro marito sia non dico bello, ma per lo meno un brav’uomo!

La regola del centro è impedire il matrimonio fino al raggiungimento del diploma! Questo consente, anche se solo in termini teorici, di accompagnare le piccole donne in un percorso di crescita che permetta loro di avere la consapevolezza di aver conquistato un traguardo che molte delle loro compagne, hanno abbandonato a metà strada (2* o 3* liceo) per diventare mamme e mogli troppo presto. Claris mi spiega che molte idealizzano il sogno del focolare domestico, pensando che un figlio e un marito siano elementi sufficienti a sopperire le lacune e le varie difficoltà che le condizioni di vita locali obbligano ad affrontare.

Per loro è una specie di sogno, un po’ come quando le bambine italiane ci raccontano del loro futuro principe azzurro sul cavallo bianco pettinando i capelli alla loro Barbie.
L’idea di principessa per queste adolescenti è la figura di una donna che, ancora nel fiore degli anni, lavora sodo, manda avanti una casa e accudisce il proprio uomo. Molte femministe potrebbero alzarsi indignate. C’è chi ha troppa libertà e chi non ne ha. I paradossi del nostro tempo.

Ammetto di essere a tratti affascinato dal loro modo di essere donne. Non me ne vogliate, questo è sempre un tema spigoloso, cercherò di essere il meno meridionale possibile, tenete conto però che i miei sono calabresi (è giusto dirlo per chi volesse smettere di leggere da questo punto in poi!).
Vi prego di non farla facile nel dire che mi piacerebbe avere una serva in casa. Non è quello che voglio intendere. Tuttavia trovo romantico, anche a causa della mia indole nostalgica, osservare come per queste ragazze il prendersi cura del proprio marito sia un gesto di amore fatto con sincero trasporto e passione.
Quelle poche donne emancipate, libere, in carriera, che ho incontrato, pur difendendo con grinta e determinazione la loro indipendenza, non hanno alcun problema a servire il pasto in tavola per i piccoli e per il loro uomo.

Ripenso a mia nonna che, nel vedere rincasare il nonno da lavoro, si precipitava a infilargli le pantofole appena si sedeva in poltrona. Questo per molte oggigiorno potrebbe sembrare un dipinto schiavista. Dalla mia prospettiva invece (badate, sono consapevole di essere un uomo quindi non pretendo affatto di capire, e nemmeno fingo di farlo, il mondo femminile) questo momento di quotidianità mi trasmette due cose:

1) i maschi dopo una certa età son talmente rimbambiti da non sapersi nemmeno infilare le ciabatte

2) non c’è niente di errato nel provare gioia e appagamento prendendosi cura della persona amata (ovviamente quando anch’essa ricambia alla pari).

Questa cultura ha meno fronzoli, ci sono meno argomenti da capire sul tavolo, ma non è detto che sia necessariamente un male. La semplicità trionfa per certi versi nella buona stabilità di un rapporto. Ovviamente parliamo di pochissimi rari casi dentro a un quadro generale davvero complesso.

Un ulteriore elemento da considerare è il costo degli studi. Emanciparsi non è cosa facile e, soprattutto, non è roba economica. Pur ammettendo di trovare i soldi per vivere in città e studiare, resta il fatto che il sistema africano è basato sulla corruzione. L’iscrizione all’albo di una professione, un documento necessario per l’inizio della propria attività o qualsiasi altra invenzione burocratica qui ha un prezzo. Generalmente spropositato. Pur trovandosi, dopo tanti sacrifici, una laurea in mano, il mondo in cui ti immetti da giovane donna (ma questo vale anche per gli uomini) non è neanche competitivo. Vige una sola disparità, quella tracciata dal dio denaro.

Inoltre, dopo aver vissuto in piccole realtà rurali, le ragazze uscite dal centro dovrebbero avere la coscienza e la responsabilità per autogestirsi senza cadere in distrazioni che potrebbero essere fatali per la loro carriera. Provate ad immedesimarvi in una neodiplomata che, fuggita dal paesello, si ritrova in una grande città con una sua camera e il suo denaro. Quante possibilità ci sono di deviare il proprio percorso e fare scelte precipitose, a volte magari anche errate?

Tenuto conto del fatto che non c’è una famiglia alle spalle alla quale rivolgersi per chiedere un consiglio provvidenziale. Molti dunque, sono gli ostacoli che si parano davanti alla strada di una ragazza camerunense. Risulta complesso trovare il modo di far nascere in loro un’esigenza che le costringa a volere qualcosa di più o quanto meno di diverso. Nessuno dice che sia un male per loro far famiglia e sposarsi, ma quanto più equo sarebbe se potessero avere voce in capitolo nella gestione del loro destino?

La strada è ancora lunga e, temo, anche in salita. Ma quando mi sono svegliato stamattina non avevo nemmeno la certezza che avrei fatto delle cose, non mi compiango quindi, per non aver trovato la chiave di volta capace di cambiare una nazione alla radice. Anzi, mi ritengo alquanto soddisfatto, sono le 11, per oggi abbiamo dato (notare il “plurale maiestatis” che fa figo).

La coscienza mi prude perciò decido di autoobbligarmi a produrre: chiedo a Sophie se DOMANI avrebbe del tempo da dedicarmi. Ho bisogno di ascoltare quante più testimonianze possibili da donne libere e indipendenti. Metterò poi insieme le informazione raccolte. Gentilmente Sophie mi comunica che non c’è problema, la trovo in ufficio. “Perfetto, a DOMANI!”. Che giocata ragazzi, non solo ho concluso qualcosa, ma ho pure procrastinato con savoir-faire! Sto migliorando.

Chiedo umilmente scusa (per l’ennesima volta) al Presidente del Cumse e a tutti coloro che normalmente lavorano nella vita…cercherò di non farmi influenzare troppo dallo stile black che qui va tanto di moda.
Il mio pentimento è sincero, gli dei lo sanno, così per pranzo mi becco il mio piatto preferito: riso e fagioli bianchi! Godyene però vuole farmi assaggiare anche un sughetto di pomodoro fatto con dei minuscoli pesciolini soffritti. “E’ il cibo che la gente povera mangia da queste parti per tirare avanti!” mi spiega.
Assaggio. Hanno un sapore intenso, sono croccanti e parecchio salaticci. Nel complesso direi comunque ben edibili.  Sono pronto per il grande passo, prossimo pasto lo consumiamo in una capanna di fango e paglia! Dai così, dichiaro aperte le scommesse sulla possibile terribile malattia che andrò a contrarre in quella situazione! Fatevi avanti gente!

Dopo pranzo vorrei davvero sdebitarmi con l’esistenza per avermi concesso questo giorno di relax. Vado alla casa dei bimbi sperduti, trovo Manassè, Edith, Moses e Michel intenti a pranzare. “Il campo da basket – notifico – è pronto! Potremmo andare a giocare un giorno di questi!”. I ragazzi non solo annuiscono energicamente, iniziano direttamente ad esercitarsi scagliando le scorze dell’anguria che stanno mangiando in dei secchi di plastica posti appena davanti all’ingresso della casa. Uma, Consoulate, Alois, Michelle si aggregano alla gara di tiro.

Ricordo i bei tempi delle scuole elementari in cui, con la pallina di carta stagnola ci inventavamo partite a qualsiasi gioco.
Terminato il match da buoni amici, senza vincitori ne vinti, Soumaya e il piccolo Noa cercano di tenermi impegnato.
Oggi sono belli arzilli e il loro modo di giocare ricorda tanto quegli incontri di MMA che fanno vedere alle 4 di mattina sia per questioni di fuso che per la violenza tremenda dei contenuti. I bimbi decidono di inseguirmi con dei bastoni per malmenarmi. Strano modo di dimostrarmi affetto! Sorridono, eppure sembrano contenti di vedermi. O forse sono solo felici di mettermi all’angolo per farmi a brandelli? Non so.

Manassè mi salva la pellaccia. Davanti alla casa in cui vivo c’è un auto parcheggiata, in disuso (o così pare). Quest’ultimo apre lo sportello e fa salire Noa e Soumaya che, in stile Thelma e Louise, o Bonnie e Clyde se preferite, cominciano a viaggiare con la fantasia. Noa ha già l’istinto di cambiare marcia. Soumaya di contro, regola lo specchietto per rifarsi il trucco. ALT! Non voglio insinuare cose con degli stereotipi. Mi limito a riportare i fatti.

Margherit e Berthe mi liberano dai miei potenziali molestatori (si perché poi sono scesi dalla macchina e hanno ripreso ad inseguirmi!) riportandoli a casa di Godyene.
Sono libero, tutto lercio.

 


Promemoria: mai indossare una maglietta bianca quando sai di dover incontrare Noa! Ho le impronte delle sue ciabatte ovunque!!!
Prenderlo in braccio, deduco, non è stata una mossa astuta.


Mi cambio e corro dalle fanciulle. Sono le 18 e dovrei essere in tempo per la preghiera.
Le trovo intente a cucinare in cortile (ricordate la punizione di Claris vero? Niente gas per un mese, non scherzava). Patate bollite con olio di palma e pasta di arachidi. Me ne offrono un po’, sembra davvero molto invitante ma… troppi fagioli in corpo, non vorrei far scaturire impressionanti reazioni chimiche gastro intestinali in presenza delle signorine. Declino cortesemente.

In compenso mi esercito a Sarakè e, udite udite, chiedendo clemenza per un paio di errori d’esecuzione, riesco a finire il mio primo giro di lanci. Se non stessero mangiando mi farebbero la standing ovation. Il mio ego si innalza ma in verità c’è poco da vantarsi, faccio ancora pena.

Passo e chiudo.