11 gennaio – Carriole volanti

Mi sono alzato alle 6 per scattare queste BENEDETTE fotografie.

Mi presento alle 6.20, Claris è dispiaciuta, mi aveva detto 6.20 ma intendeva 6.40. No tranquilla ho perso mezz’ora di sonno. Come premio di consolazione le ragazze mi offrono un piatto di Benniè appena fritti, soffici e caldi. Per sta volta potrei perdonare Claris. Che ci crediate o meno, sono riuscito a cannare il lavoro anche oggi. E’ necessario che tutte le ragazze abbiano lo zaino in spalla e che (magari) si vedano nitidamente i loro volti.

Ritento domani, mi auguro di fare bene perché sono un po’ stufo delle levatacce inutili. Alle 8 mi reco in ufficio dove ho appuntamento con suor Nicole e Marcelin ma…come non detto, non si presenta nessuno. Recupero i dossier delle ragazze e mi immergo in un mare di documenti, certificati di nascita, visite mediche, tanti piccoli pezzi di carta che insieme formano un puzzle per ciascuna vita. E’ un primo modo per conoscerle. Ad ogni modo, per quanto intimi, dei documenti non sostituiranno mai, a mio avviso, una piacevole conversazione.

In pompa magna, dopo aver esaminato tutto, mi faccio aiutare da Claris a sistemare la prima bozza del documento da presentare per la partecipazione al bando di concorso avente in palio i fondi necessari per lo studio delle fanciulle. Tra il dire e il fare terminiamo alle 12.30. Tanto per cambiare, muoio di fame! Mi precipito a casa rincorrendo la scia dei magici aromi provenienti dalle cucina in cui Godyene sta praticando come di consueto i suoi incantesimi.

Nonostante viva nell’agio, l’Africa è capace di assorbire le mie energie silenziosamente, non che io abbia faticato in miniera, eppure mi sento cotto. Mi stendo sul letto. La zanzariera al momento è raccolta su sé stessa. Manassè mi ha consigliato di lasciarla così per un paio di giorni, di modo da far asciugare bene il prodotto repellente di cui è impregnata. Il rischio è che mi vengano delle noiose irritazioni cutanee che, da buon fifone, preferirei volentieri evitare.

Mi sembra di avere una nuvoletta persecutoria sul capo, molto fantozziana. Il soffitto diventa un cielo limpido, Gino Paoli riecheggia da lontano nei miei ricordi, immagino la mia versione black de “il cielo in una stanza“, la zanzariera comincia a volare, librandosi sempre più in alto, assumendo, con un bel po’ di fantasia, strane forme di animali selvatici. Elefanti, giraffe… nel caso ve lo stiate chiedendo: no non ho assunto nessun tipo di droga, sono solo un po’ affaticato, tanto da cadere nel tranello di un sonnellino pomeridiano.

Dormire durante le ore di luce non mi è mai piaciuto. Ho sempre avuto la sensazione, fin da bambino, di sprecare tempo prezioso, utilissimo per fare cose molto più stimolanti e serie tipo: giocare. Quelle rare volte in cui mi acchiappo un febbrone e mi ritrovo costretto a giacere inerme sul materasso, divento più intrattabile di un gatto in procinto di essere lavato con acqua fredda. Non lo sopporto.

Mi sveglio alle 15.30, sarò stato altrove per un’oretta al massimo, ma non riesco a perdonarmelo. Devo reagire, mettere insieme le forze che non mi sembra di avere ma che sono sicuro siano da qualche parte nascoste nel mio corpo. Ecco che il mio nervosismo evolve arrivando a toccare quel punto detestabile in cui, pur non avendo la benché minima idea di cosa fare, mi ritrovo ad aver voglia di fare qualcosa. Una frustrazione bestiale.

Ho in mente l’immagine della boccia bianca sul tappeto verde del biliardo che scivola oleosamente contro quella rossa. Ad ogni azione corrisponde una reazione. Esco in veranda e la mia attenzione viene catturata da dei ragazzi che lavano i piatti al lavabo della casa di fronte. Chiudo la porta e mi avvio, piuttosto che stare fermo mi va bene tutto, perfino asciugare le stoviglie.

Più mi appropinquo allo stabile e più i miei padiglioni auricolari captano una vocina familiare. Con i suoi gemiti felini Soumaya sta gridando al mondo che, l’essere stata svegliata dalla pennica, non è stata cosa gradita. Levo il cappello e faccio capolino sulla soglia. Il mio ego vive per essere osannato. Inutile descrivere l’orgoglio tronfio e impuro che ho provato nel veder smettere di piangere la piccola nel secondo stesso in cui il suo sguardo ha incrociato il mio.
“Vaeioooo!” grida a squarciagola. “Oui, c’est moi!”. Me la spupazzo per bene mentre i ragazzi riordinano un po’ la sala.

Appena si sparge la voce della mia presenza cominciano a spuntare come funghi: Mbaue, Michelle, Uma, Margherit, Miriam, Elizabeth, Alloise, Manassè e via dicendo. Godyene mi esorta a parlare con Michelle, il ragazzo è spesso silenzioso e schivo. Non ho intenzione di forzare le cose, quindi farò attenzione nel tempo e cercherò un ponte per dialogare con lui.
O almeno così pensavo. Mentre mi intrattenevo con il piccolo Alloise (4 anni) in una virile prova di braccio di ferro , il quieto Michelle rimane affascinato dal mio bicipite.

Ultimo baluardo di una giovinezza ormai quasi del tutto svanita. Essendo sensibile alle adulazioni, comincio a farlo ballare un po’ scatenando involontariamente una specie di concorso under 12 di mister Olympia camerunense. Approfittando della curiosità di cui gli occhi del mio silente spettatore sono colmi, chiedo a Michelle se vuole vedere qualche esercizio utile per aumentare un po’ la tonicità muscolare. Vorrebbe essere più grande e più forte, forse per darsi da fare, per potersi difendere da un mondo in cui da sempre cammina da solo, forse per proteggere i suoi compagni. Ha un sorriso troppo buono. Comincio ad eseguire qualche piegamento, Manassè (19 anni) si fa subito trascinare e vuole allenarsi con me.

Tutti i bimbi ci seguono a ruota. Soumaya compresa ovviamente. Chi cade muso a terra al primo tentativo, chi, come Alloise, dimostra una forza inaspettata.
Tutti sudiamo, addominali, squat, stretching. I ragazzi sono proprio contenti di muoversi. Hanno un gran bisogno di sfogarsi. Godyene ci esorta a fare una piccola gara di corsa a saltelli, non vale poggiare le mani a terra. PARTITI!

Viene fuori un casotto pazzesco. Tutti che ridono, che si rotolano (pulendo il pavimento nella maniera più bella che ci sia), che saltano. Non vi nego che la salinità acida dei nostri corpi comincia a sentirsi per tutta la stanza. Susu, in qualità di regina madre dei giochi appena indetti, spalanca la porta. Mentre i raggi del sole irradiano le pareti, tiro fuori una delle nuove parole apprese ultimamente a lezione con Jojo.

“Conoscete la brouette” (carriola)? Non lo avessi mai detto. Anche Godyene vuole provare. Proprio tutti. Manassè finisce vessato, prono con Soumaya sul dorso e Margherit che lo tiene per i piedi. “Corri dannato cavallo, corri più del vento del deserto!”. Questo pensa la piccola Susu mentre con la manina gli batte tra le scapole i colpi più forti che può dare. C’è da dire che poche volte ho incontrato individui più quieti e pacifici del grande Manassè. Si presta ai giochi dei più piccoli con l’affetto di un fratello maggiore.

Ovviamente anche io partecipo alle gare. Godyene, invece, con tutta la buona volontà, non ha la forza necessaria e finisce per arrendersi cadendo di pancia sul pavimento in un lago di risate. Susu vorrebbe provare ma nessuno la calcola. Rieccoci al punto di partenza e ai gemiti di due ore prima. Manassè si offre per afferrarle le gambe. Il giovane gigante alto quasi un 1.90 si ingobbisce per sostenere le leve minute del nostro amatissimo soldo di cacio. Susu però, nonostante i 18 mesi scarsi, è fortissima. Una regina del resto non può permettersi di mostrare le proprie debolezze in pubblico.
Così scopriamo che è capacissima di reggersi sulle braccia. Viene eletta vincitrice delle gare in automatico e acclamata dalla folla.

Vi ho detto che preferisco giocare anziché dormire giusto? Tutto vero ma sono esausto e sudato. Rientro a casa e incontro il buon Nicolà. Ultimamente l’ho trascurato e mi sento in colpa. Prendo un pezzo di cioccolato e, in gran segreto, glielo porgo. Che grande educatore che sono, la corruzione con i bambini funziona sempre! In verità anche con gli adulti, purtroppo!

Due minuti dopo si presenta Brenda, la sorellina, reclamando la sua quota.
Vuole anche l’artemisia. Datemi almeno il tempo di scaldare l’acqua! Proprio vero eh, questi giovani d’oggi gli dai un dito e…robe da matti. Esco con le tazze fumanti in veranda. Brenda esige che gliela porti. Mi accorgo dal tono e dall’insistenza della richiesta che il suo non è un capriccio, neppure qualche vizio malsano, bensì un sincero desiderio di essere coccolata. Vuole che qualcuno le presti premura.

Quante volte la mia mamma adorata mi ha rimboccato le coperte? Quante tisane mio padre ci ha portato mentre noi oziavamo comodi sul divano? Quanta fortuna ho ricevuto in questa vita. Tante piccole cose che per la piccola Brenda rimangono episodi sporadici. Mi alzo di buona lena dalla sedia e le porgo la tazzina “Occhio eh, che è bollente!”. Lei si arrampica su una roccia e incomincia a soffiare. Beve piano piano. Plaf!

Brenda mi cade con la tazza tra le mani giù dal sasso. La tazza in frantumi, le sue mani…fiuu fortunatamente intatte.
“Ehm, Valeryo io ne vorrei ancora!” Eccallà! Prendo la tazza, riempio, riconsegno. Beve e poi vorrebbe che io mi alzassi di nuovo per mettere a posto il recipiente.
Mi spiace tesoruccio, non sono ancora diventato genitore, anzi sono più immaturo di te e ho finito la pazienza, muoversi e rimettere la tazza sul tavolo, AVANTI MARCHE! Nicolà, da vero gentlemen, la sistema per lei.
Manassè si aggiunge alla combriccola, faccio gli onori di casa, ci ho preso gusto.

Sto aspettando una telefonata, a causa dei pipistrelli i fratellini sono rincasati. Manassè dice che non c’è problema. Rimane ad aspettare per 40 minuti mentre parlo al telefono solamente per potermi salutare come si deve. Che idolo, vorrei rubare la sua calma afro-giapponese.

La zanzariera è ancora accartocciata a nuvoletta. Non facevo la doccia da un paio di giorni e dopo la ginnastica di oggi credo proprio che non mi sarà difficile immaginare al posto del groviglio di rete bianca una, due, tre, quattro… pecorelle volanti, magari prese a fare la brouette.

Per i fan: anche oggi nessuna apparizione di Molly.