18 febbraio – Io & Marlise

Che bellezza, che gioia poter dormire senza pressioni. Ieri sera sono letteralmente piombato nel materasso alle 23.30.

La voce greve del water drizza le mie antenne in dormiveglia. Christian è già operativo. Uffa. Non posso sfigurare, 7.30 mi alzo senza un motivo valido. Trovo il mio socio in giardino intento a creare un vasetto di argilla. La maestra ha dato al figlio il compito di procurarsi tale materiale per imparare a modellarlo in classe. Il padre, non riuscendo a procurarsela avendo avuto poco preavviso, ha ben pensato di usare la terra rossa d’Africa, già abbastanza plasmabile di suo.

Modella con le sue manone questa specie di coso. Esteticamente non c’entra molto, ma se poteste vedere l’amore che ci mette e la delicatezza leggera con cui sfiora le crepe dell’oggettino pensereste subito a Demi Moore in Ghost. Mi vien da ridere.

Scuote la testa, si vergogna un po’ ma è per il suo campione, non può certo fare brutta figura a scuola, ci si arrangia come si può! Io approvo, non avrei mai pensato niente di meglio peraltro, quindi non sta a me giudicare.
“Sai cosa? Metto su il caffè!”, gli garba. Non abbiamo brioches, recuperiamo il pane che per qualche strana ragione è stato messo nel congelatore. Marlise mette tutto in freezer. C’ha sto vizio, va beh, poco male.
La luce in camera mia non funziona. Abbiamo tempo per dedicarci a questi mestierucci.

Christian smonta il neon, prende un’altra lampada in magazzino, la prova con la corrente per vedere se funziona, potremmo ricavarne ottimi pezzi di ricambio per la riparazione. Attacca alla presa anche la spina di quella che normalmente sta appesa al soffitto della mia stanza. Funziona. Allora il problema è l’interruttore. Sale in piedi sulla sedia, allunga le braccia verso l’alto ed esclama: “Ah… fanc*lo!”

Incredulo, non capendo il motivo di tanta violenza chiedo spiegazioni. Non sono gli interruttori e nemmeno la luce ad essere guasti. L’impianto della casa in francese si definisce “va e vien” il che dice molto. In pratica ci sono due interruttori collegati al medesimo lampadario, tre cavi, due a fase e uno neutro (credo).
Quando sono tutti aperti la corrente non passa e la luce non si accende (così dice lui, io non ci capisco niente).
Schiaccio il primo pulsante, torno indietro, premo l’altro, nessun segno di vita.
Spingo l’indice contro il primo tasto e luce fu! Pazzesco, stavamo smontando mezza casa quando bastava premere gli interruttori. Ovviamente colpa mia.

Christian trova il lato positivo: “abbiamo imparato qualcosa di nuovo!”. Veramente che io fossi scemo è storia vecchia, ma mi limito a pensarlo, meglio non girare il dito nella piaga. Vorrei acquistare dei tessuti per farmi cucire delle camicie su misura. Chiaramente il mio grosso amicone conosce il posto giusto.

Una volta entrati nella boutique mi si parano davanti agli occhi decine e decine di fantasie coloratissime e tutte diverse. Normalmente impiego circa tre mesi prima di convincermi ad acquistare un paio di scarpe, qui ho al massimo un’ora per prendere decisioni molto più complesse. Speriamo di farcela. La commessa mi si avvicina. Lo stress da venditore mi uccide. Ti senti in obbligo, come se dovessi prendere qualcosa per forza, ma mi sta troppo sulle palle fare quello che non mi va, ergo mi irrigidisco, la saluto, mi volto e continuo a curiosare. Mi segue ovunque ma per lo meno è discreta e silenziosa.

Christian mi indica le varietà con gli animali. C’è quella con l’elefante! Ne hanno 3 colori, blu sicuramente, zero dubbi. Fuori 1. Mi piacerebbe qualcosa di verde, un po’ vivace, bingo, fuori 2. Poi andrei sul viola, un po’ osé, c’è una stoffa bellissima a coste bianche con puntini celesti, mi colpisce ma poi mi accorgo che lo stesso tema è ripetuto in un meraviglioso giallo sole, in verde e anche in rosso. Cosa fare? Quando mi ritrovo in queste impasse in genere preferisco quello che normalmente non sceglierei mai. Non so spiegarvi il motivo, ma mi costringo a prendere qualcosa di inaspettato, di insolito per i miei gusti. Spesso me ne pento amaramente e torno a fare il cambio oppure dono generosamente a qualcuno che apprezza più di me. Odio fare compere.

Mai e poi mai ho avuto nella vita qualcosa di viola, benissimo, c’è sempre una prima volta. Vada per quello. Abbasso lo sguardo e trovo un tessuto sul celeste con disegni bluette. La commessa si permette il lusso di intervenire dicendomi che si tratta proprio di una grafica tradizionale della regione nord.

Mi ricorda di primo acchito un vecchio pigiama anni 80′ che portava mio padre quando andavamo al mare. Il sapore di nostalgia che accompagna la vista delle decorazioni mi convince a metterlo nella lista. Se mi piace il tradizionale allora non posso fare a meno di dare un’occhiata “all’aquila d’oro!”. “Che è?” – te pareva, ecco la solita panzana da abile commerciale per fregare i turisti, la donna prosegue: “questo è un disegno riconosciuto in tutto il paese, l’aquila d’oro del Camerun quando un africano la nota comprende subito che sei stato qui!”. Su uno sfondo nero campeggia una grande aquila in oro appunto, attorno alla quale sono disegnati rami di alberi e fiori colorati. Non mi fa impazzire, mi sovvengono alla mente quelle magliette sioux con i lupi e gli indiani che si vendono alle sagre di paese. Non riesco ad immaginarmi una camicia così, ma poi su che lato farei mettere il volatile aureo? Davanti o dietro le spalle? Boh. Ci penso.

Christian mi suggerisce di acquistare delle stoffe con diverse raffigurazioni della madonna, una sorpresa per la mia mamma, magari una tovaglia per la tavola… cerco di dipingermi la faccia di mia madre davanti al suo tavolo adorato ricoperto da madonnine. Ovviamente il suo è solo un suggerimento, ci tiene a ribadirlo, forse anche dopo aver visto
la mia involontaria espressione intenta a pensare alla comicità della dinamica domestica. Meglio di no, magari poi torniamo, però, vinto dai sensi di colpa, mi convinco sul pennuto placcato. “Ottima scelta!” replica la commessa. Mi sento un po’ preso per i fondelli, il dado ormai è tratto. Vedremo che razza di tamarrata ne verrà fuori. Vado alla cassa: 33.000 CFA. Sto spendendo 50 euro, ogni tessuto misura 6 metri, per ogni fantasia posso ricavare 2 camicie a maniche corte. In pratica 10 camicie a 5 euro l’una. Crepi l’avarizia per stavolta, già mi immagino Moses con l’aquilotta addosso, ne farò fare qualcuna anche per i ragazzi per avere una divisa nostra, come ogni baby gang che si rispetti.

Vorrei cercare un paio di jeans, perché son venuto in Africa senza portarmene manco uno, ma non ho assolutamente voglia di girare ancora per negozi. Il solo pensiero di dovermi provare un pantalone mi uccide nell’animo. “Torniamo a casa!”, lo supplico. Marlise è in ritardo sulla preparazione del pranzo. Sta spentolando per 6 persone, noi siamo in 3 ed ha appena iniziato. Non è necessario darsi tanto da fare… la donna non ne vuol sentire, è più dura dell’alabastro.
Ho fame, sgagno un pezzo di pane surgelato. Il pranzo è pronto verso le 14, orari spagnoli anche in Africa, il che ha un qualcosa di mediterraneo.
Couscous con l’endolè (delle verdure cotte con arachidi e carne) e platano al vapore. Il gusto è amarognolo in principio per poi addolcirsi sul finale.
Un po’ come quando si gustano i carciofi, l’acqua bevuta per far scendere la pietanza acquista un sapore zuccherino. Nel complesso è interessante. Non ne vado matto ma si lascia mangiare.

Il Presidente ci chiama subito dopo pranzo per un aggiornamento rapido, domani abbiamo infatti in programma di spingerci un po’ più a nord per andare a trovare suor Miriam e i bambini da lei accuditi. La fondazione ha bisogno di parecchie informazioni sul loro stato di salute e sulle loro condizioni di vita. Non vedo l’ora di conoscerli.
Mentre Chri torna a casa dai sui figli (l’antico vaso va portato in salvo!) io resto con Marlise. C’è la catechesi alle 17, lei è la responsabile del corso, vorrei unirmi a loro, ovviamente accetta di portarmi con sé. Marciamo a passo svelto lasciandoci tana-Cumse alle spalle, un po’ di persone ci guardano strano, per la gente di quartiere è bizzarro vedere un bianco vicino ad uno dei membri della loro comunità.

Stanno rifacendo la strada, il “marciapiede” è diviso dalla carreggiata, il canale di scolo per l’acqua crea un vuoto nel mezzo. Dei piccoli ponti arrangiati con bastoni e assi di legno permettono ai pedoni di raggiungere l’estremità opposta della via. Marlise sale e sento lo scricchiolio del ponticello sotto al suo peso. Come non mi piace sta cosa. Quanta poca voglia ho di cadere in un canale, anche se vuoto, la sola idea mi inorridisce. Poggio la scarpa su un’asse con la stessa grazia con cui Saffo mostrò il suo piede all’acqua del fiume, parrebbe tenere. Avanzo di un passo, allungo la gamba quanto più possibile e tocco terra. Il ponte ha retto, sono salvo.

Accediamo alla casa passando attraverso un grande portone nero. Una piccola comunità è seduta in un quadrato dell’ampio giardino. Le donne stanno sulle sedie, i piccoli sulle natte (tappeti). Marlise mi allunga una sedia e si va a mettere vicino al responsabile dei ragazzi abbandonandomi agli sguardi indiscreti di tutti. Saremo poco più di una 30ina ed io, chiaramente, sono il solo bianco nel raggio di chilometri. La mia vista non li aggrada, almeno così mi pare di intuire guardandoli in viso.
Marlise legge un passo del Vangelo e poi seguita a fare domande ai cuccioli che, saggiamente e a voce bassissima, forse anche intimoriti dalla mia presenza, rispondono a tutto. Ogni soluzione esatta viene premiata da un applauso collettivo. Dei bambini eh non dei grandi. Ma questo io non lo sapevo e, anche ad averlo saputo, probabilmente
avrei fatto comunque di testa mia. Applaudo con loro tutto contento. Le donne scoppiano a ridere. Credevano fossi uno serio loro capito? Che ingenue!

Avranno pensato: “nvedi questo che fa le robe dei bimbi!”. Ad ogni applauso batto le mani con più vigore sapendo di farle divertire. Niente ormai le ho conquistate.
I piccini mi guardano complici e ridacchiano tra loro. Alla fine della lezione Marlise si rivolge a coloro che mancavano all’appello da parecchio tempo.
Una signora vuole sapere di me e chiede alla mia amica: “chi è lo straniero?”. Quest’ultima mi domanda: “allora Valeryo come va?”.
La sciura di prima continua: “sei straniero?”. Rispondo: “sono un Nassara, Kayaway sto alla grande!”. Basta, stesi, Valeryo 1, catechisti 0. Mi invitano a tornare, non mancherò assolutamente, è stato un onore stare in mezzo a loro.
Marlise vuole portarmi anche dalla sarta, passiamo a prendere le stoffe a casa così, quando sarò rientrato dall’estremo nord, avrò delle belle camicie nuove che mi aspettano. Il piano mi piace.

Siamo ancora io e lei, fianco a fianco, in giro per i viottoli, salutiamo le sue amiche, chiniamo un poco il capo in segno di rispetto davanti agli anziani e finalmente giungiamo alla grande porta rossa metallica. Bussiamo e ci apre una bimba di 7/8 anni. La nonna non c’è e nemmeno la mamma, sono uscite ma possiamo attenderle in casa. Un piccolo banchetto è situato proprio contro il muro della facciata del piccolo edificio, ai piedi di un grande albero meraviglioso dalle lunghe foglie verdi agghindate con stupendi fiori bianchi all’estremità dei rami. Nessuno di loro conosce il nome della pianta. Matematico.

I fratellini studiano all’aperto perché in città manca la luce, la temperatura è perfetta e regna una quiete paradisiaca. Mi autorizzano a fotografarli. Nel mentre arriva la mamma e ci spiega che la sarta (nonna dei piccoli) è in viaggio, tornerà tra una settimana.
Marlise la chiamerà domani per mettersi d’accordo. Salutiamo e torniamo alla dimora Cumse. Christian non è ancora arrivato. E’ buio, Marlise non vede bene e dunque cercare la chiave giusta per aprire la porta non le riesce proprio facilmente. Si perde nei discorsi, non ha nessuna fretta, prova ad inserire una chiave, si ferma e mi parla, si china verso la serratura, ne prova un’altra, si risolleva col busto e parla ancora tenendo le mani sulla maniglia, si piega di nuovo, niente da fare.

Va avanti così per altre 2 o 3 volte. Mi cadono le braccia, vorrei chiederle se per piacere può limitarsi ad aprire sta dannatissima porta, ma come potrei mai rivolgermi tanto malamente ad una signora così garbata? Sempre materna, affettuosa, gentile, premurosa… in fondo tutti noi abbiamo dei difetti.
Alleluja, l’ingresso è finalmente libero! Non c’è corrente, accendo la luce del telefono per aiutarla. Ha pensato all’anguria per cena. Io non ne vado pazzo, la mangio come qualunque altra cosa edibile sulla terra, ma quella africana è un po’ poco soddisfacente. Meno croccante e zuccherina della nostra, polposa e acquosa, tra i manghi, le papaye e l’ananas posso benissimo rinunciare al cocomero.

Mentre la cuoca si adopera nell’oscurità per trafiggere la scorza del frutto ne approfitto per farle una domanda: “Marlise, perchè metti tutto sempre in freezer?” Chissà cosa speravo, ingenuamente credevo di poterla convincere a cambiare abitudine, illuso! “Il pane si conserva meglio, lo lasci fuori per 30 minuti ed è bello croccante!” “Capito, certo che anche lasciarlo semplicemente in cucina per una sera non sarebbe male (alla fine lo mangiamo io e Christian mica te no!)” Non è convinta, a lei (che non lo mangia) piace così. Sto per avere un crollo nervoso davanti a cotale testardaggine quando un miracolo salva la mia anima persa, si accende il neon della cucina.

Christian non vuole cenare, nemmeno lui è uomo da anguria. Che sincronia signori. Per non lasciare sola la mia amica mi siedo al tavolo e provo a mangiarne una fetta.
Niente, nessuna emozione di sorta, va giù per l’esofago solo a causa della gravità. Tra un morso e l’altro Marlise parla, parla, parla. E’ contenta come una bambina, adora la frutta, qui al nord fa caldo, tutti amano l’anguria. Non me ne accorgo ma in pochi minuti se ne scofana 5 o 6 fette. Alla faccia, mi sa che le andava proprio.

Mi fa piacere che per una volta anche lei si goda il momento, inoltre non ci sono pentole nè piatti da lavare, il che è vuol dire che sta notte potrà finalmente andare a riposare prima delle 23, cosa non da poco considerando che si alza tutti i giorni alle 5.30 per la preghiera!
“Senti Marlise, portatela a casa, noi domani partiamo, poi manco ci piace!” Non ha il frigo, la lascia qui e la finisce domani.
“Meravigliosa idea, brava, vai a riposare adesso, è un ordine: avanti marche!” “sì signor colonnello!” E’ tremenda!